Toccata e fuga al Lago di Dres, Ceresole Reale

Ci sono quelle escursioni che per un qualche motivo non riesci mai a completare fino in fondo. Una di queste “bestie nere” per me è il Lago di Dres. Ma andiamo con ordine.Ceresole Reale e Punta Basei Pecceta
Primo mattino a Ceresole Reale (1620m), il cielo è pressochè sereno. Già l’anno scorso siam saliti al Dres ma complici la nebbia ed i miei problemi di pressione abbiamo preferito scendere senza esplorare molto l’area… Questa potrebbe essere la giornata giusta!
Oltrepassata la diga, dopo qualche centinaia di metri si stacca sulla sinistra il nostro sentiero… Gambe in spalla!
Proprio queste ultime vengono subito messe alla prova: si sale neanche tanto dolcemente in un bosco di Larice (Larx decidua) ed abeti. Il fondo è costituito da una coperta continua di aghi secchi da cui ogni tanto emergono, come delle collinette alte anche un metro, i formicai della Formica rossa (Formica rufa). Giungiamo al ponte sul Rio del Dres, emissario del lago omonimo e che poco a valle da qui crea una spettacolare cascata.
La meraviglia di camminare nella foresta di conifere è talmente tanta da quasi non far pensare alla salita che in questo tratto è abbastanza impegnativa (nulla di estremo comunque). Credo che questo sia il bosco più bello in cui mi sia trovato, e mentre questo pensiero mi accompagna ci accorgiamo che il suono dei nostri passi è cambiato: camminiamo sulla neve!
Eravamo stati avvisati che probabilmente dai 1900 metri avremmo iniziato a trovare la neve, la predizione è stata precisa quasi al metro ma poco male, per ora è solo a sparute chiazze che convivono con piccoli stagni temporanei dovuti al disgelo.
Loslà, da qui il percorso diventa pianeggiante e si apre decisamente. Compaiono anche le prime fioriture di Pulsatilla alpina e di Croco.
Ricordo ancora quando la scorsa estate Marta ad occhi chiusi, come in un appuntamento al buio con la bellezza, mi ha condotto oltre la spalla di roccia per godere del mio stupore. Purtroppo allora le cime erano avvolte di nubi ma oggi non mi potranno fregare! Ed infatti arrivato in prossimità delle torbiere la mia bocca si spalanca tanto quanto gli occhi…  Tre Levanne e torbiereLa torbiera solcata dal ruscello è come una tavola color paglia d’inverno che corre fino a quando lo sguardo si infrange sulle pareti delle Levanne! Le tre superbe signore cariche di neve dominano il paesaggio dai loro oltre 3500 mentri! C’è da rimanere senza parole!
Le torbiere son ambienti “effimeri”, una fase di transizione tra uno specchio d’acqua ed un prato. Se ne possono trovare molte sulle Alpi ma non per questo devono essere rovinate, anzi! Sono ambienti unici dal punto di vista faunistico (popolate ed esempio da batteri anaerobi produttori di ammoniaca ed idrocarburi) e floristico (piante carnivoe o Eriofori) con specie adattate a vivere in un ambiente così povero di nutrimenti ed acido. In esse la materia organica si deposita senza esser decomposta e questo permette ai ricercatori di effettuare importanti ricerche sul passato!
Nonostante il disgelo (siamo comunque a fine maggio) presso l’Alpe Foppa la copertura nevosa è diventata pressochè completa e ci rallenta molto ma in prossimità dell’enorme macigno eccoci in vista del lago. Lo specchio d’acqua, sovrastato dal Corno Bianco (2883m) è quasi del tutto ancora coperto dal ghiaccio (qui in veste estiva). Ci fermiamo per il pranzo al margine della conca, tra un morso e l’altro c’è tempo per individuare le varie cime che ci circondano tra cui spiccano: il Mare Percia (3385m), la Cima di Courmaon (3162m) ed il Gran Paradiso (4061m).
Il tempo in montagna muta velocemente, ed in un batti baleno si rannuvola decisamente. Decido però di arrivare solo fino alla sponda del lago (2087m) per segnare quello che un amante del calcio chiamrebbere “il gol della bandiera”! Il cielo è nero ed il temporale sembra dietro l’angolo. Si torna indietro!
Ancora una volta caro il mio Dres l’hai vinta tu… Ma tornerò! Sì, tornerò!
Conca del Dres

A caccia di stambecchi, Chiappili Superiore (PNGP)

Ceresole Reale (1620 m), Valle Orco. Versante piemontese del Parco Nazionale del Gran Paradiso.
Chiapili SuperioreSuona la sveglia, ancora un po’ barcollante dal sonno apro la finestra. Mentre l’aria passa dall’avere l’odore di legno tipico di uno chalet alpino a quello frizzante del mattino si stagliano davanti a me le montagne ancora bianche di neve ed un cielo blu cobalto.
Sembra non esserci giornata migliore per levarci lo sfizio di vedere finalmente gli stambecchi!
Nonostante entrambi abbiamo viaggiato per Alpi, Marta molto più di me a dire il vero, nessuno dei due è riuscito ad immortalarne uno e colmare questa mancanza è proprio uno degli obiettivi che ci siamo preposti per la vacanza. La titolare dell’albergo ci suggerisce di andare fino alla frazione di Chiapili di Sopra dove è facile avvistarne a branchi in questa stagione. Già perchè nonostante sia la fine di maggio, qui la natura ha dei ritmi molto diversi dalla nostra Liguria: resiste ancora molta neve in alto e quindi gli animali si tengono ben più bassi del solito per trovare sostentamento nell’erbetta che molto timidamente inizia ad uscire! Ma ormai il disgelo è iniziato: cascatelle qua e là, addirittura assistiamo in diretta ad una valaga che cade dalle pareti della lontana Punta Basei!Stambecco
Seguiamo la bella passeggiata che circonda il lago (in buona parte ancora asciutto dopo lo svuotamento di questo inverno) ed in poco siamo in località Villa, qui imbocchiamo la strada che risale il corso dell’Orco. Appena superato il campeggio, in prossimità di uno spiazzo, è possibile ammirare le marmitte dei giganti: l’acqua verde gorgoglia senza sosta creando forme uniche nella roccia viva!
Chiappili SuperioreDopo un paio di curve eccoci arrivare a Chiapili Inferiore (1667m), una manciata di case con piccola pista da sci. Poco dietro al paese, ai piedi delle alte pareti di roccia, c’è una radura che regala sempre soddisfazioni faunistiche tanto che riusciamo a vedere il primo camoscio della vacanza. Tempo di fare scorta di cibo che siamo nuovamente in marcia.
Si sale più decisi, superata una curva ci si para davanto lo spettacolo: Chiapili Superiore (1886) circondato da verdi pascoli ed alle sue spalle l’imponente mole della Punta Basei! Uno scroscio continuo attira la mia attenzione, è la cascata del Rio della Percia!
Ancor prima di accorgermene Marta mi indica un punto nel prato tra le case… Uno stambecco!
Lentamente ci avviciniamo per immortalare la scena che sembra quasi una cartolina, ma subito ci accorgiamo che il nostro nuovo amico non ha alcun timore di noi anzi sembra volersi quasi mettere in posa!16052407CHISUP 34_Stambecco
Guadagniamo un’altura nelle vicinanze e pranziamo tra i ruderi di antichi alpeggi. Non perdiamo di vista i prati su cui appaiono sempre più stambecchi ma anche le marmotte ed i camosci ci tengono a far sapere che ci sono!
Proviamo ad avvicinarci per fare altre foto, siamo nel giardino di una villetta… Noi due ed un branco di almeno dieci stambecchi! E tra tutti i più estereffati siamo proprio io e Marta!
C’è anche un individuo dal corno storto, forse per colpa di un trauma? Non lo sappiamo ma non possiamo altro che simpatizzare per questo bizzarro animale!
E’ presto quindi saliamo ancora e nonostante sbuchino stambecchi da ogni parte è sempre un’emozione incontrare lo sguardo di questi maestosi signori della montagna.
Ad aumentare l’euforia ci pensa una coppia di marmotte che non fa altro che azzuffarsi all’uscita di una tana appena sotto il ciglio della strada!
Ma la bellezza è tutta intorno a noi, la valle va a restringersi sempre più verso il luogo simbolo della bellezza di queste aree: il Colle del Nivolet. Non abbiamo tempo di salire ancora e così ci sediamo ad ammirare il Vallone del Carro con la tipica conformazione ad U, ricordo del tempo in cui i ghiacciai discendevano queste vallate alpine!
Ripercorrendo i loro passi torniamo a Chiapili Inferiore dove ci attende un po’ di relax su un tavolo letteralmente lambito dalle acque del torrente! Una giornata che più alpina di così non poteva proprio essere!
35_Verso Serrù 16052411CHISUP Pascolo

Tecosa, Val Pentemina

Sapevo della sua esitenza ma a differenza di Riola non ero ancora riuscito a vederla.
Poi un giorno, gironzolando intorno alla cima del monte Spigo, mi apparve: Tecosa.
Fu allora che decisi di raggiungere questo piccolo aggregato di case in testa al Fosso di Riola, un ramo laterale della Val Pentemina.  Tecosa Tecosa
Cercando in rete (www.paesiabbandonati.it) trovai finalmente il sentiero che mi ci avrebbe condotto: l’antica mulattiera che oggi è poco meno di una pista nel bosco. Partendo dal Passo di Pentema, in prossimità dello spiazzo per il parcheggio, si doveva scendere dritti nella massima pendenza e, tra spazzatura varia lasciata dai soliti incivili, procedere fino ad un bivio indicato allora da una sorta di intaglio su un albero. A sinistra per Tecosa, dritto per Riola. E così arrivai, feci questo video e non ci tornai fino ad un mesetto addietro.
Le cose in questo lasso di tempo sono cambiate, a cominciare dal sentiero sempre più interrotto da alberi caduti. Inoltre le piene di questi anni hanno reso molto meno agevole il guado del ruscello che si incontra poco prima del paese.
A darci il benvenuto a Tecosa c’è una piccola fonte captata. Il nucleo abitativo è costituito da una decina di edifici, la maggior parte inesorabilmente crollati, adagiati sul pendio.
Qui non c’erano solo case contadine, c’è infatti una casa con una sorta di spiazzo coperto di detriti da cui però spunta una ringhiera lavorata!
TecosaLa costruzione che regala sicuramente più soddisfazioni è quella a tre piani, ancora quasi del tutto intatta esternamente! Ovviamente non si può entrare ai piani alti, i pavimenti ed i soffitti di castagno sono quasi tutti marci ma si può osservare l’interno sbirciando da porte e finestre. Si  può, invece con le dovute cautele e rimanendovi il minor tempo possibile, entrare nella stalla al piano terra per un particolare insolito: un doppio arco a tutto sesto!
Su questo edificio è anche possibile rintracciare i resti degli isolatori per la corrente elettrica.
Ancora interessante è un fienile con all’interno una madia (cassa per la farina) ed un vallo (ventilabro in italiano), macchinario per eliminare impurità dal grano.
Infine si può scendere verso una delle ultime case del paese che mantiene ancora un bel colore rosso appena sbiadito dal tempo con uno scorcio incantevole su una cucina ed il runfò con ancora del pentolame sopra.
A proposito di oggetti, spersi per il paese si possono ancora vedere pentolami varii e secchi di latta che resistono al tempo.
Come detto ad inizio, la situazione è abbastanza peggiorata dall’ultima visita che vi ho fatto. Il bosco con le liane ed i rovi stanno prendendo il sopravvento, aggiungiamo i crolli ed il danno è fatto. Chi vorrà avventurarsi potrà godere di questo piccolo avamposto.
Purtroppo la domanda da farsi è… Per quanto? Temo non moltissimo, Tecosa sta cedendo.

Interno Cucina 39_Madia
Tecosa Fienile Interno Interno

Anello del monte Spigo, Torriglia

Torriglia (764m) è un bel paese che fino ad inizio ‘900 era una tradizionale meta di soggiorno estivo per la borghesia genovese.
TorrigliaQui in epoca medievale si amministrava il potere dei Fieschi attraverso uno dei tanti castelli di famiglia sparsi nei feudi dell’entroterra genovese.
Nonostante la perdita di importanza, oggi è ancora luogo di villeggiatura estiva nonchè partenza di molti sentieri che si dipananano all’interno del Parco Naturale dell’Antola, tanto che qui c’è la sede scientifica ed un ufficio informazioni dell’area protetta.
Il sentiero che vado a proporvi è un anello relativamente poco conosciuto ma che sa regalare grandi soddisfazioni a chi vorrà percorrerlo.
Torriglia è servita dai mezzi pubblici dell’ATP per cui non c’è neanche bisogno di muovere la macchina per intraprendere l’escursione! Pronti? Partiamo!
Dopo aver imboccato il sentiero indicato dalla X gialla in Via Pietra, saliamo lungo la strada che conduce a Porcarezze per poi immetterci su una vecchia mulattiera che sinuosa sale nel bosco.
Il fruscio delle foglie sotto i piedi vi accompagnerà in un bel castagneto dove i raggi del sole gicano a nascondino con le sagome degli alberi. Cappella della Panteca
Come d’improvviso il bosco si dirada e ci appare davanti la conca della Panteca: un grande pianoro erboso ai cui margini sorge un casolare ed una sorta di area picnic.
Il luogo è estremamente bucolico, e devo ammettere che mi infonde sempre un gran senso di quiete.
11_Monte SpigoScavalliamo leggermente e raggiungiamo anche la Cappella della Panteca, una piccola chiesetta un tempo testimone di continui passaggi di uomini e merci tra i feudi di Montoggio e quello di Torriglia. Questa cappella e l’area circostante sono tenute in ordine da un gruppo di volenterosi volontari che ogni 29 Agosto organizzano anche una festa!
(In circa mezz’ora è possibile raggiungere Marzano)
A questo punto imbocchiamo il sentiero T gialla (Anello di Torriglia)  tra Prugnoli, Biancospini ma soprattutto Lavanda Selvatica (Lavandula stoechas), il cui nome dialettale determina anche quello della montagna che stiamo salendo: Spigo.
Giunti in vetta lo sguardo si lancia all’orizzonte! Siamo su un vero e proprio balcone che spazia dal mare alle Alpi. La Corsica, il Mongioie, il Monviso, ci sembra di toccare con un dito Torriglia per non parlare del concerto di crinali appenninici su cui spiccano cime come il monte Prelà, l’Antola, l’Aiona, il massiccio del Beigua, l’Alpesisa, il Fasce, il Bano e l’elenco potrebbe continuare! Prima di lasciarci alle spalle la croce di vetta, croce che indica i 1125m del monte e che è stata posta nel 2007 dal Gruppo Alpini di Torriglia, consiglio una breve deviazione verso Ovest per vedere dall’alto il borgo abbandonato di Tecosa.
Il sentiero prosegue tra boschetti e radure con un sali e scendi, aggirando il monte Chiappa, fino al Passo di Pentema.
A questo punto i più pigri potranno scendere su Donetta attraverso la strada che unisce quest’ultima a Pentema, mentre chi vuole completare l’anello salirà sui colletti.
Attenzione, proprio perchè qui intersechiamo una strada possiamo anche raggiungere in macchina il passo e da qui in 15 minuti siam sullo Spigo, in un’ora ai borghi abbandonati di Alta Val PenteminaRiola e Tecosa (qui il video per raggiungerli) oppure il tratto che ora vi esporrò.
Dopo esserci riposati sulla panchina dal passo, iniziamo la salita che, ripida ma breve, ci porta in vetta dove godere bellissime vedute sull’alta Val Pentemina con i borghi di Pezza, Buoni di Pentema e Pentema stessa che da quassù sembra ancora di più un presepe!
Ovviamente immancabili sono il mare, la costa di Ponente, l’Arco Alpino e la conca di Torriglia.
Venite qui poco prima di un tramonto… Vi assicuro non lo dimenticherete!
Concludiamo l’anello su antiche mulattiere superando prima Donetta, dove imbocchiamo il sentiero due pallini gialli Antola – Torriglia, e attraversando radure su cui spesso brucano branchi di daini giungiamo al Castello di Torriglia ed in breve al capolina delle coriere.
Per vedere la videogita clicca qui.

Casolare Panteca Conca della Panteca Cappella della Panteca Conca di Olcesi Monte Spigo Passo di Pentema

Mulini di Tonno, Valbrevenna

TonnoTonno (918m s.l.m.), un piccolo agglomerato di case in una delle valli più  selvagge dell’entroterra genovese: la Valbrevenna.
Il nome che dovrebbe derivare da “Tun” o “Thun”, termini in lingua ligure-celtica che indicano “luoghi abitati”.
Come in tutti gli altri borghi della valle camminando tra le sue case si respira quell’aria di un mondo che non esiste più, mondo fatto di crueze, aie, e trogoli.
Un viaggio nel tempo, ecco cosa ci aspetta arrivati alla nostra meta: i Mulini di Tonno o di Chiappa Crosa!
La partenza è proprio ad inizio paese, dove c’è il cartello che indica la direzione da prendere.
Il sentiero dapprima passa per antiche fasce un tempo coltivate, oggi in preda all’abbandono, e poi giunge in un bosco dai cui versanti spuntano qui e là rigagnoli d’acqua.
Giungiamo così ad un antico abbeveratoio ed alla così detta Fonte Moia o della salute.
Vale la pena soffermarsi ad osservare il cambio di vegetazione attorno a queste emergenze umide (Carex sp., Gentiana asclepiadea) ed abbeverarsi dalla fresca sorgente!
In prossimità della panchina allestita dal Parco dell’Antola il sentiero svolta a destra in un castagneto dove man mano che si scende i suoni del bosco sono affiancati sempre più dal canto del Rio di Tonno.Mulini di Tonno
Non appena il sentiero  arriva a costeggiare il rio, ci si parano davanti i mulini. In un attimo siamo catapultati in un altro tempo dove uomo e natura erano intimamente legati perchè il primo dipendeva completamente dalla seconda.
Siamo nel regno dell’acqua.
Acqua che ha scavato la nuda roccia, acqua unica fonte di energia che muoveva le ruote dei mulini, acqua in cui vivono delicate specie animali.
Il complesso è costituito da tre edifici: due mulini e quello che probabilmente era un granaio.
Mulini di TonnoIl mulino più grande, in riva al rio, è quello con i maggiori spunti di interesse.
Al suo interno sono ancora visibili alcune macine e l’arganello che serviva per sollevarle, mentre all’esterno oltre ad una nicchia votiva presenta un’iscrizione che ci indica la data di costruzione… 1420!
Qui le popolazioni locali hanno trasportato grano, castagne e quant’altro affinchè Rospi in accoppiamentovenissero macinati… Per oltre mezzo millennio!
Esiste anche un terzo mulino alcune centinaia di metri più a valle ma giace in condizioni estremamente precarie.
Proprio accanto ai mulini la mulattiera che collegava Tonno a Chiappa superava il rio con un ponte in legno le cui travi portanti sono ancora ben visibili e donano un tocco di “magia” in più.
Il luogo già di per se affascinante da un punto di vista storico lo è altrettanto da quello
naturalistico/paesaggistico.
L’acqua scorre direttamente su una sorta di pavimento costituito dai Calcari dell’Antola, prosegue poi attraverso cascate e laghetti nei quali si è scavata una via, e costantemente fa sentire la sua voce tra mille gorgoglii diversi.
Le acque cristalline e selvagge di questi corsi d’acqua sono ideali per la vita del Gambero di Fiume (Austropotamobius pallipes) e per l’erpetofauna, e nella stagione adeguata non è affatto difficile imbattersi in Rospi (Bufo bufo), Salamandre Pezzate (Salamandra salamandra) e Salamandrine di Savi (Salamandrina perspicillata).
I più esploratori a questo punto potranno continuare risalendo o scendendo il corso del ruscello… Sicuramente non si resterà delusi!
Se vuoi sapere più notizie sull’escursione clicca qui.

06_Location Mulini di Tonno  Rio di Tonno Mulini di Tonno Rio Vallescura Mulino più a valle

 

Scandolaro e Canate di Marsiglia

Durante un’escursione potrà esservi capitato di scorgere su un versante boscoso un gruppo di case diroccate, oppure di passare accanto ad un casolare abbandonato…
Non so a voi ma sono luoghi che mi hanno sempre affascinato. Se volete capire di che sensazioni ed emozioni sto parlando vi consiglio di visitare il borgo abbandonato di Canate.
Il sentiero “classico” per raggiungerlo parte da Marsiglia (Bassa Val Bisagno, proprio alle spalle di Genova) ed in 45 minuti ci conduce al paese.
IMG_2664IMG_2686Il sentiero altro non è che l’antica mulattiera che collegava i due paesi e che, in questo primo tratto, si snoda sinuoso come un serpente nel castagneto. I suoni del bosco ci accompagnano lungo la discesa fino superare un ponte di legno sul Rio Canate. Giungiamo così a Scandolaro, un piccolo nucleo di case ormai avvolto dalla boscaglia.
Il nome probabilmente deriva da “scandole” che erano le antiche “tegole” costituite di corteccia di castagno con cui venivano ricoperti i tetti delle abitazioni dell’entroterra. Personalmente trovo l’interno della palazzina più grande di una bellezza unica: giochi cromatici sul rosso e l’azzurro che da soli meritano la visita fino a qui.IMG_2700
Da questo punto il sentiero sale ripido tra il bosco misto fino ad una sorta di balcone naturale che si affaccia su Canate e sull’Alpesisa che svetta alle sue spalle.
[ATTENZIONE: le costruzioni sono tutte pericolanti, cercate di non entrarvi dentro o fatelo ma per il meno tempo possibile]
La fondazione di Canate risale al XII secolo.
Nonostante fosse servito dalla corrente elettrica dagli anni ’30 e l’acqua fosse assicurata da un trogolo al centro del paese (tutt’ora in buone condizioni e sgorgante acqua fresca), il borgo è stato abbandonato quando, negli anni ’50, la strada si è fermata a Marsiglia.
Degli interni delle abitazioni non è rimasto quasi nulla, ma esplorando le cantine ai piani terra si resta impressionati dalla quantità di damigiane, bottiglie, timi e torchi. La cultura della vite era molto praticata qui, ancora oggi si possono vedere i pali per sostenere la pianta sui terrazzamenti alle spalle del paese.
Camminando per le sue viuzze, tra le case si respira quell’aria quasi nostalgica di una vita andata persa per sempre, che ci sembra lontana secoli e secoli…
Una vita che i nostri nonni hanno vissuto!

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Daini in amore nel Parco dell’Antola

Primo mattino in un giorno di metà Ottobre. Valle del Brugneto – Parco dell’Antola – alle spalle di Torriglia.12100805RBA
Il Lago del Brugneto è nascosto dalla coltre di nebbia mattutina che si dirada sempre di più man mano che il sole scalda l’aria.
Oltre al suono della brezza ed il canto di qualche uccellino solitario, dalla valle si levano distinti i richiami d’amore dei daini maschi!
Già, perchè per tutto Ottobre questo splendido ungulato è nel periodo degli amori ed è facilmente osservabile nelle radure e nei boschi del Parco (ancora di più di quanto normalmente lo sia).
Il daino ha diverse strategie riproduttive e qui nella valle, motivata dall’alta densità, ha scelto quella a lek o arene. 13101701ARSC
Un lek è un insieme di maschi adulti (solitamente palanconi ovvero di età superiore ai 4 anni) che si riuniscono a scopo riproduttivo in un unico territorio che suddividono  secondo gerarchie stabilite a seguito di cruenti combattimenti. Ogni maschio “conquista” una porzione di, in questo caso, bosco ed inizia l’incessante attività di marcamento che può essere olfattivo, ad esempio tramite urina, visivo con raspate sul terreno o fregoni su tronchi e piante oppure uditivo con il bramito.
Quest’ultimo è forse il comportamento più caratteristico di questa fase, infatti assistiamo a veri e propri concerti continui da parte dei maschi che così mostrano il loro vigore ai rivali ed alle femmine che visiteranno le aree più ambite e daranno così il via alla riproduzione. 1018_Arene
Il Parco ha costruito un capanno proprio ai margini del lek in modo da permettere la facile osservazione degli affascinanti comportamenti dei daini. Ovviamente ci si deve recare in questo luogo con il massimo rispetto ancor più che nel delicato momento della riproduzione gli animali NON DEVONO ESSERE DISTURBATI per cui, com’è chiaramente indicato da un cartello, è severamente vietato allontanarsi dal capanno.
Una volta chiusa dietro di me la porta della piccola costruzione in legno mi si pone davanti un’ampia area pianeggiante nel castagneto e già si possono vedere i maschi, alcuni si riposano, altri contribuiscono al continuo concerto di bramiti che mi accompagnerà per tutta la giornata.
13101603ARSCCon un po’ di pazienza i palanconi, che nonostante si siano accorti di me non si sono dati alla fuga, si avvicinano e posso facilmente rendermi conto del perchè questa classe d’età sia chiamata così: sono animali maestosi con dei palchi che ne aumentano ancora di più la figura. 13101607ARSC
Mentre sono intento a contemplare la bellezza di questi animali, due maschi si scontrano proprio davanti ai miei occhi, la scena è quasi epica mentre uno dei contendenti strenuamente cerca di resistere al fango ed alla forza dell’altro (qui il video del combattimento).
Terminato lo scontro c’è un po’ di quiete e finalmente si fanno vedere anche le femmine che sono decisamente più timide dei maschi e stazionano solo per qualche minuto in vista al capanno. Rimango tutto il giorno ma è una continua emozione, a volte arriva un nuovo maschio, a volte sento il suono dei pachi che si scontrano più a valle nascosti dal bosco. Durante il ritorno avvisto ancora molti daini nei prati che a tratti costeggiano il sentiero, a volte il mio sguardo e quello dell’animale che mi trovo davanti si incontrano per un solo attimo ma mi regalano emozioni che difficilmente si possono spiegare … Torno a casa con la soddisfazione di aver visto uno spettacolo della natura che si ripete da tempi immemori ed a pochi passi dalla città, senza aver dovuto percorrere miglia e miglia in terre lontane.
Se vuoi vedere il filmato della giornata clicca qui

Escursione Cai Ule Ultreya in Val Gargassa

29/11/2009: facevo la mia prima escursione con l’università in Val Gargassa, per l’occasione mi comprai gli scarponcini da montagna e proprio allora inizia la mia passione per le camminate
12/10/2012: di nuovo Val Gargassa, con gli scarponcini nuovi comprati ieri (dopo 5 anni di onorato servizio quelli vecchi si sono guadagnati la pensione), alla testa di una ventina di persone del Cai Ule come uscita “pratica” dopo una serata che ho presentato su Rocce e Fossili su invito delle coordinatrici che hanno visto una mia videogita sulla valle.
Queste sono soddisfazioni. 

02_Gruppo Cai
Già perchè dopo aver visto la mia videogita dedicata alla valle mi hanno contattato dal gruppo Ultreya (gruppo che fa parte del CAI ULE) per concordare una serata dedicata a rocce e fossili della Liguria a cui far seguire l’escursione lungo il canyon del Gargassa. La serata è inserita in una serie di presentazioni e relative uscite pratiche dedicate a molti aspetti naturali e storici che dureranno fino a Giugno con cadenza mensile.
Così il 2 ottobre c’è stata la presentazione, il pubblico è stato soddisfatto e soprattutto molto partecipe. Io mi sono divertito parecchio e non vedevo l’ora di poter far “toccare con mano” quello di cui abbiamo parlato.
Finalmente sabato 12 il tempo è stato clemente e ci ha permesso di affrontare la gita. Sulle bellezze della valle ho già parlato qui e qui, e fortunatamente anche i miei compagni d’avventura hanno apprezzato! Siamo anche riusciti ad arrivare alla sorgente sulfurea che non avevo ancora mai visto.
Oddio, da buon naturalista ho divagato molto anche su piante o possibili animali ed anche la mia parte fotografa ha cercato di far vedere gli angoli più fotogenici del percorso!
Sia la serata che l’escursione sono state eccezionali, per questo voglio ringraziare per prime Paola e Cristina che mi hanno dato la possibilità di fare tutto questo fidandosi completamente e poi le persone che hanno partecipato perchè ognuna mi ha personalmente arricchito e dato ancora più forza nel continuare questo viaggio verso la conoscenza delle bellezze del territorio ligure.

Grazie di tutto cuore!

 

Riserva delle Agoraie e Moggetto

Riserva delle Agoraie e Moggetto- Lago degli AbetiSe vi dicessi che a circa 40 minuti di macchina dal mare potreste incontrare le renne che brucano, mi credereste ? Eppure non siamo distanti dalla realtà…
Non preoccupatevi, non sono impazzito, a fine articolo tutto vi sarà più chiaro.
All’interno del Parco Naturale Regionale dell’Aveto, nel comune di Rezzoaglio, c’è una vera e propria perla naturalistica. In un’ampia conca del versante nord occidentale del Monte Aiona ci sono numerosi laghetti (alcuni perenni, altri stagionali) incastonati in un’estesa foresta di faggi (Fagus sylvatica) e abeti rossi (Picea abies). Nell’ultima glaciazione qui c’era un piccolo ghiacciaio che una volta ritirato ha lasciato avvallamenti nel terreno che sono stati riempiti dall’acqua creando questi piccoli laghetti.
Ma la glaciazione ha lasciato “ricordi” ancor più preziosi !
Grazie al micro clima della zona, nonostante sia situata tra i 1200 e i 1300 m.s.l.m. in inverno si possono toccare i -31° e la copertura nevosa persiste anche per 5 o 6 mesi, qui sono sopravvissute piante che oggi Riserva delle Agoraie e Moggetto- Lago degli Abeti-verticaleincontriamo a quote decisamente maggiori ed a latitudini molto più settentrionali. La delicatezza di questi ambienti ha reso necessaria una tutela molto severa, infatti la riserva è orientata ovvero la Forestale (l’intera Foresta delle Lame è demanio dello Stato) concede un numero ristretto di visite all’anno, a piccoli gruppi, e solo a scopo didattico o scientifico.
[Chiunque desista dal voler entrare “abusivamente” perché la zona è recintata e strettamente controllata]
Tutti i laghetti sono destinati ad interrarsi con il tempo e visitando le Agoraie possiamo vedere i passaggi della transizione dallo stagno, alla torbiera ed infine al prato perché ogni specchio d’acqua è in una fase evolutiva differente.
Il laghetto più famoso della Riserva è sicuramente il Lago degli Abeti. Il nome deriva dai tronchi di Abete Bianco (Abies alba) che giacciono sul suo fondo. Nonostante sia stata attribuita loro un’età di circa 2650 anni, i tronchi non sono fossili bensì perfettamente intatti, come fossero appena stati abbattuti, grazie alla bassissima temperatura dell’acqua ed allo scarso contenuto in sali della stessa. Qui gli abeti che circondano il lago e le sfumature di azzurro e verde dell’acqua cristallina creano un’atmosfera quasi surreale.
Ci si sposta poi al Lago Agoraie di Mezzo e al Lago Riondo. Questi stagni sono parzialmente interrati ed è qui che si possono fare incredibili incontri botanici con relitti glaciali e piante tipiche di zone umide e torbiere: piante carnivore come la Drosera rotundifolia o la Pinguicula vulgaris, diversi tipi di sfagni, la carice fosca (Carex fusca) ma soprattutto Lycopodiella inundata che è una piccola e rara felce tipica delle aree circumboreali e che ha qui la sua unica stazione appenninica. Infine si visita il Lago Agoraie di Fondo che a dispetto del nome ormai non è altro che un prato umido in quanto giunto allo stadio finale di evoluzione di questi laghetti. Da studi effettuati risulta c Riserva delle  Agoraie e Muggetto-Lago Agoraie di Mezzohe questo lago in origine era piuttosto profondo raggiungendo i 15 metri di profondità.
La riserva si compone anche del Moggetto, uno stagno a circa 15 minuti dalle Agoraie anch’esso recintato.
Lungo la salita per arrivare alla Riserva si incontrano due laghetti stagionali liberamente fruibili: il Lago Coda d’Asino e il Lago delle Asperelle. Quest’ultimo merita attenzione perché ospita tutte e tre le specie di tritone presenti in Italia.
Ma quindi in sostanza perché all’inizio ho nominato le renne quando ho parlato solo di piante?
Ho usato lo stesso trucco che la guida della Forestale ha usato con noi: alcune delle piante che si incontrano Riserva delle Agoraie e Moggetto-Lago Agoraie di Fondonelle Agoraie sono le stesse di cui si nutrono le renne in Scandinavia solo che immaginare una renna in Liguria fa scalpore, smuove sicuramente più l’interesse, ci sarebbero moltissime persone che verrebbero a vederla mentre di una piantina dall’aspetto insignificante solo in pochi si curano, eppure l’importanza naturalistica è la stessa e spero che leggendo questo articolo ne siate diventati consapevoli anche voi.
Spero anche che la curiosità vi smuova a vedere con i vostri occhi questi ambienti, a questo proposito vi suggerisco di contattare il parco sul calendario delle visite guidate in modo che vi possano prenotare perché, come già detto, i posti e le occasioni sono poche per cui il detto “chi prima arriva, meglio…visita!

Anello della Val Gargassa

Se vi parlassi di una valle i cui versanti aridi e scoscesi si ergono su un canyon scavato nella pietra viva, credereste che stia descrivendo un luogo in Liguria? Eppure è così.
Questa è la Val Gargassa, nel Geoparco del Beigua.Val Gargassa - laghetti
Per raggiungerla bisogna seguire la strada che da Rossiglione conduce a Tiglieto, dopo pochi km vedrete il cartello per lo stadio comunale, svoltate e arriverete al parcheggio in località Gargassino che è il punto di partenza del sentiero natura della Val Gargassa. Essendo un anello il sentiero può essere percorso in due versi, personalmente suggerisco di partire seguendo il segnavia XX che conduce a Case Veirera perché fino al canyon è un crescendo di emozioni. Dopo una prima parte nel bosco, il paesaggio si apre e ci si trova a camminare a picco su placide pozze scavate nel serpentino. Dopo questo tratto esposto (attrezzato comunque con una catena metallica) rientriamo nel bosco. Il passaggio al conglomerato è improvviso: uscendo da una pineta ci si para davanti l’imboccatura del canyon !16_Canyon Immediatamente si viene catapultati in un’ambientazione selvaggia: i fianchi nudi, imponenti e scoscesi della valle si tuffano nel torrente dove il nero del conglomerato viene illuminato dai riflessi dell’acqua cristallina.
Queste rocce si sono create dalla cementificazione, in una zona lagunare o di piana alluvionale, di ingenti depositi dovuti alla forte erosione che il Bacino Ligure Piemontese (il mare che occupava l’area padana all’epoca) creava durante la sua avanzata nel Terziario (35 milioni di anni fa circa).  Non deve stupire l’aridità dei versanti della valle in questo tratto perché il colore scuro del conglomerato e la sua componente serpentinicola limitano notevolmente la possibilità di sviluppo della vegetazione. Riescono a sopravvivere solo piante estremamente specializzate come l’Euphorbia spinosa o il Cerastium utriense (endemismo delle ofioliti del massiccio del Beigua e del Gruppo di Voltri). Più si procede più la valle si restringe fino a raggiungere l’apice della spettacolarità nel tratto nuovamente a picco sul torrente: questo scorre completamente incassato tra le pareti del canyon. Raggiunto un grosso pinnacolo (Muso di Gatto) termina il canyon e bisogna guadare il corso d’acqua (attenzione perché dopo forti piogge il passaggio è molto difficoltoso).
Il sentiero ora procede in un castagneto e dopo un secondo guado siamo in vista delle Case Veirera. 05_Case VeireraGli alberi da frutto nel pianoro antistante il borgo e le poche case che lo costituiscono restano gli unici e ultimi testimoni di un passato ben più glorioso. Questo nucleo era abitato, forse solo stagionalmente, da famiglie dedite all’estrazione della quarzite, elemento fondamentale per la creazione del vetro, che era un’attività svolta in molte altre parti della Valle Stura e di grandi importanza nel XIII° secolo.
Da qui in un quarto d’ora si raggiunge una sorgente sulfurea. Per proseguire l’anello, invece, si torna in parte indietro sul prato antistante le case e si procede verso valle senza guadare il torrente e seguendo il segnavia tre pallini gialli.
Rapidamente si sale nuovamente sul conglomerato e la vista si apre sempre più sulla valle ed il canyon. Durante la salita salta subito agli occhi un buco nella roccia dalla forma che ricorda una signora, infatti ha il nome di Barcun dra Scignua (Balcone della Signora). 24_Barcun dra ScignùraIn poco raggiungiamo la base delle torri della Rocca Giana. Al nero del conglomerato, a cui ormai siamo abituati, si affianca l’arancione acceso dei licheni (Xantoria parietina)  creando un gico di contrasti cromatici molto affascinante.
Dopo un passaggio abbastanza esposto, breve ed attrezzato con catena, consiglio di abbandonare il sentiero per raggiungere in pochi minuti una vetta da cui godere un panorama completo sulla Rocca giana, il canyon ed il resto della valle. Si riprende il sentiero e si scende verso Case Camilla (quando si incontra il cancello il percorso prevede effettivamente il suo superamento, basta richiuderlo al proprio passaggio) e successivamente attraversando un bosco misto si giunge al parcheggio completando così l’anello.
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02_Panorama Rocca Giana