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Sentiero dei Misteri, Pieve Ligure

Il sole brilla quasi accecante, il mare fa a gara con il cielo a chi si avvicini di più al cobalto. Una bella giornata invernale in Liguria.
Lo scooter segue le curve dell’Aurelia con scorci mozzafiato sul Golfo Paradiso fino alla deviazione per Pieve Alta.
Salgo tra ville e villette fino alla chiesa.
Qui d inizio febbraio, sulla piazzetta centrale, si tiene la Sagra della Mimosa! Per l’occasione tutto si colora del giallo intenso dei fiori di questa pianta… Uno spettacolo per gli occhi a cui abbiam assistito più di una volta io e Marta. Consigliata!
Neanche fatto il primo passo che già vedo la meta di oggi: la pieve di Santa Croce!
Posso solo immaginare cosa si vedrà da lassù…
La primissima parte di escursione si svogle tra le case su asfalto.
Si imbocca via XI Febbraio accanto alla chiesa per poi seguire la strada per Pieve Altissima, ma il panorama è così bello che non dà alcun fastidio! I colori della Riviera iniziano già ad accendersi con le prime fioriture: un enorme cuscino di margherite gialle ai margini di un uliveto… prova a competere con il sole!
Giungo ad un pannello che segna l’inizio del Sentiero dei Misteri e ci spiega anche il perchè di questo nome: come in una sorta di ascensione mistica incontreremo 4 edicole dedicate ai Misteri della Passione di Cristo, il quinto sarà la pieve stessa di Santa Croce!
Bisogna dire che la salita a tratti è ripida e sotto questo sole rimane piacevole ma nel periodo caldo deve essere… un calvario!
La fatica però è ampiamente ripagata dal panorama che si apre sempre di più alle nostre spalle ma di questo ne parleremo tra poco.
Appena prima della vetta mi si para davanti un lungo colonnato naturale fatto di pini… Un qualcosa che non mi era ancora mai capitato di vedere! Il vento da nord, responsabile dell’ottima visibilità, inizia a farsi sentire prepotente ma è come se questo rafforzasse l’idea di un’impresa epica! Giornate così mi danno una carica unica!
Infine eccomi a Santa Croce… Un balcone naturale sulle Riviere!
La tramontana è furente, il mio sguardo lascia che lo trasporti lungo quei crinali che si gettano in mare, e poi laggiù fino alle bianche Alpi Marittime e di nuovo fino Portovenere… In un tripudio di luce e colori! Cosa non è questa terra!
Alle mie spalle il borgo di Teriasca, le cime del Caucaso e Ramaceto che spuntano da lontano. Molto più vicina quella, coperta da scheletri di pini vittime d’incendio, del Cordona.
Su tutti i versanti dal Fasce a qui sono evidenti i segni degli strati calcarei che compongono questo massiccio, ancor più evidenti sul monte Possuolo grazie all’erba bassa!
Respiro il più possibile tutta questa bellezza mentre mi siedo su uno dei tanti tavoli con panca. Qui in vetta c’è anche un piccolo rifugio incustodito che però è tenuto veramente bene al suo interno! Sono piacevolmente sorpreso!
Per scendere scelgo la via direttissima che segue il crinale (l’opzione più comoda sarebbe stata passare da San bernardo ma il vento inizia a diventare fastidioso), è come se fossi su uno scivolo erboso tanto che temo di rotolare fino a Bogliasco se non presto attenzione!
D’improvviso il sentiero spiana e mi ritrovo su un balcone tra i vecchi uliveti sorretti dai muretti a secco ed il mare…
Un ultimo assaggio di antiche emozioni e bellezza quando mi si para davanti Pieve Ligure, ed alle spalle il promontorio di Portofino, illuminati dalla luce del tramonto! Resto senza parole.
In poco tempo rientro in paese chiudendo l’anello!
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Sentiero della Resistenza, Montoggio

Montoggio, Valle Scrivia.
La mattinata è abbastanza fredda, tanto che quando entriamo dal forno per comprarci il pranzo e veniamo avvolti da un caldo profumo di focaccia… Sembra un sogno!
Le abbuffate di Natale sono finite da poco, quale miglir modo per smaltire un po’ se non una bella escursione?
Era da questa estate che volevo testare questo percorso, da quando ho letto che gli utenti del forum Quotazero si sono prodigati a risistemare l’antico tracciato che dalla piazza del paese risale le pendici del monte Bano fino a Casa Teitin. La scelta non è stata casuale, come casuale non è il nome che gli è stato dato: Sentiero della Resistenza.
In questa zona si muoveva la Brigata Severino, costola della più famosa Divisione Cichero. Tra questi monti si sono svolte tante azioni che sono entrate a far parte dell’epopea della Guerra Partigiana di Liberazione. Non solo in onore dei giovani, e non, che hanno messo a repentaglio la propria vita ma anche per i volontari che hanno curato il tracciato… Calcheremo la mulattiera!
Il sole inizia ad illuminare la cima del Castello (anche questo oggetto di un notevole intervento di pulizia forestale da parte di un gruppo di cittadini), noi siam sul versante in ombra. Dovremo guadagnarci anche la luce!
Con un andamento a tornanti saliamo in modo abbastanza deciso tra castagni secolari, tanto imponenti da sembrare delle grosse colonne.
L’albero è stato un punto fermo della civiltà di queste vallate, e dove c’erano castagne da raccogliere c’erano anche costruzioni in cui poterle fare essicare: i seccatoi! Ne incontriamo uno ormai piuttosto diroccato.
Poco distante ecco il piccolo nucleo di O Ciappà: un grosso edificio con alcuni fienili ormai avvolti dalle liane di vitalba. Qui fino agli anni ’60 viveva un’unica famiglia! Degno di nota è il trogolo, appena a monte delle costruzioni, con annessa grossa cisterna!
Ci fermiamo un po’ a godere il sole che illumina questo poggio sul fianco della montagna…
Finchè non è stata abbandonata la zona circostante era tutta un pascolo. Si riesce a malapena ad immaginare ma la vista deve esser stata davvero appagante da qui.
Riprendiamo a camminare, questa volta con pendenza minima, inoltrandoci nella parte alta della valle del Rio Grande.
Con un ultimo piccolo dislivello svalichiamo: siamo a casa Teitin.
Ormai rimane solo il rudere dell’edificio eppure questo è stato un punto fermo per gli uomini che si muovevano lungo il crinale tra la Val Noci e quella dello Scrivia. Addirittura testimonianze storiche ricordano l’enorme disponibilità della famiglia che vi abitava, sempre pronta ad accogliere i viandanti con acqua o un po’ di formaggio.
Forse uno degli aspetti che maggiormente colpisce del luogo: ieri, anche questo è avvalorato da numerose testimonianze, si potevano incontrare persone in qualsiasi ora della notte e del giorno davanti al Teitin…
Oggi non rimangono che i muri perimetrali, stretti tra i rovi infestanti ed il tempo che scorre inesorabile…
Un tavolo e panca di fortuna ci permettono di consumare il pranzo nel silenzio di questa zona. Con più tempo a disposizione si potrebbe continuare verso il monte Bano o in direzione del borgo semi abbandonato di Noci.
Purtroppo le giornate sono ancora corte, non rimane altro da fare che discendere con la consapevolezza che sia per difendere la Libertà, per mantenere pulito un tracciato, o affinchè non venga dimenticato il nostro passato… Bisogna darsi da fare ed agire!
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Al Presepe di Pentema da Torriglia

Durante il periodo natalizio (da metà dicembre a metà gennaio) a Pentema viene allestito un presepe tra le vie del borgo. La strada per raggiungerlo è stretta, tortuosa e fn troppo trafficata durante Castello di Torrigliaquesta ricorrenza. Per questo il mio suggerimento per raggiungerlo è quello di segure l’antica via che da Torriglia portava a Pentema lungo un cammino ricco di storia.
Torriglia (764m) è rinomata meta turistica per le famiglie aristocratiche di Genova fin da inizio ‘900 (vi sono numerosi esempi di villette in stile Liberty) nonchè punto di partenza per molte escursioni nel territorio del Parco Regionale dell’Antola.
Il percorso parte dal centro del paese e giunge fino alla rimessa delle corriere Atp, a lato si stacca la vecchia mulattiera sale verso il Castello. Da qui i Fieschi, e poi i Doria, fin dal 1000 gestivano il potere su questa parte di Appennino Ligure.
Torriglia fu feudo imperiale, marchesato ed addirittura principato tra il 1760 ed il 1797.
MulattieraI prati antistanti i ruderi della fortezza, impreziositi da un laghetto intorno al quale pascolano spesso pecore e cavalli, offrono uno scorcio bucolico veramente bello e rilassante. Io non posso che fermarmici qualche minuto ogni volta che passo di qui!
Riprendiamo  a salire fino a Donetta (1001m), poco oltre il paese un bivio: a destra si sale al monte Antola mentre a sinistra ci si dirige verso Pentema. In questo tratto la mulattiera è ancora in buono stato e permette di poter osservare la cura con cui venivano costruite queste “autostrade” dell’epoca: le pietre messe di taglio per agevolare la presa allo zoccolo del mulo. La salita è meno decisa ed improvvisamente giungiamo presso un ampio pianoro con una bella vista sul monte Prelà (1407m) ed i ruderi del Castello della Vecchia Torriglia. Già, pare che prima ancora di Torriglia stessa fosse Donetta il fulcro di potere della zona. CasoneOrmai non rimangono che basamenti della struttura ma dagli studi eseguiti si è riusciti a darne una planimetria e, soprattutto, a riconoscere l’importanza che aveva il maniero posto al crocevia di essenziali rotte di merci ed uomini tra il mare e la Pianura Padana. Mentre cammino ogni tanto si sento roccambolesche fughe di daini, nella stagione invernale è facile incontrarne sulle radure assolate.
Un piccolo passo a 1155m ci porta a svalicare in Val Pentemina.
Prima di continuare vale la pena godere l’ampio panorama dalla conca di Torriglia al mare!
Mentre scendo il versante nord, tra i rami ormai spogli ecco intravedersi, ancora distante, la nostra meta! La discesa conduce ai margini di un ampio prato con un bel casone, alle sue spalle lassù ecco il piccolo nucleo dei Buoni di Pentema. Attraversiamo la carrabile per i Buoni ed in presenza di un palo della luce svoltiamo a destra in un castagneto. Alcuni esemplari secolari, spesso putroppo ormai deceduti da tempo, si mostrano con tutta la loro maestosità… Li osservo con rigoroso rispetto, monumenti alla vita che per secoli ha regnato tra queste valli!
In breve ci ricongiungiamo con la strada asfaltata per Pentema. Questo versante, decisamente aclive, è ricco d’acqua e spesso lungo uno dei ruscelli si può assistere ad una ininterrotta cascata di ghiaccio tra i balzi della roccia!
Proseguiamo fino ad un piccolo aggregato di case dalla tipica architettura contadina: gli edifici sono disposti lungo il pendio, al piano terra la stalla con mangiatoia, al piano superiore le camere ad uso abitativo,  tutto attorno i muretti a secco che contengono le fasce.
Case a pendio  
Giungiamo così a Pentema (798m).
Il paese è situato a mezzacosta e si sviluppa come un ventaglio con apice la chiesa di San Pietro Apostolo. Un tempo qui vi erano la scuola, diverse osterie ed attività, ad oggi rimane la locanda Al Pettirosso, un punto ristoro ed l’associazione GRS Pentema molto attiva nell’organizzare eventi in particolare, motivo della nostra escursione, il Presepe!
Per lasciarvi la curiosità vi do solo alcune informazioni generali: tra le vie del paese, e negli spazi dove hanno effettivamente operato, è possibile incontrare i personaggi e le attività che animavano il borgo a fine XIX secolo.
Durante tutto l’anno, su prenotazione, è possibile visitare anche il museo contadino di Cà da Sitta (ultima abitante) alloggiato in un edificio del XVI secolo completo in parte di arredi originali ed in parte donati dai cittadini stessi.
La cura dei dettagli è massima, più che un presepe è una vera e propria rievocazione storica. Un gioello che fortunatamente sta iniziando ad esser conosciuto per il suo valore unico! L’atmosfera che si respira catapulta realmente in un’altra epoca! Personalmente non è Natale se non son ancora stato a visitare il Presepe anche perchè ogni anno viene arricchito sempre più!
Il rientro potrà essere effettuato lungo lo stesso percorso.
Se le foto non bastano ad incuriosirvi, ecco qui una piccola anteprima video!
Mentre per la videogita clicca qui!

Costapianella, Val Pentemina

La primavera ha appena iniziato a “fare sul serio”. Gli alberi da frutta sono carichi di fiori, l’erba sui prati è di un verde quasi fluorescente mentre il nostro scooter si inerpica lungo la strada che da Bromia risale la Val Pentemina. L’asfalto finisce molto presto, appena dopo il Ponte Nero, da qui sarà sterrato per almeno un paio km. Un solo aggettivo si addice a questo luogo: selvaggio.
Tra noi ed il torrente Pentemina nessuna protezione, solo un salto di un centianio di metri!
La strada torna asfaltata, superiamo il bivio per l’agglomerato di nuclei che compongono il Rione di Carsegli e proseguiamo verso Pentema.CostapianellaCappella San Rocco
D’improvviso, presso un piccolo spiazzo ecco il cartello che indica l’inizio del sentiero per la nostra meta: Costapianella!
In circa 20 minuti la vecchia mulattiera, circondata da alcuni castagni secolari, sale finchè  un bagliore chiaro si staglia tra le foglie: la cappella di San Rocco.
L’edificio è stato recentemente restaurato dalle persone che un tempo vivevano nel paese, seppur magari solo nel periodo estivo, perchè sul prato antistante veniva allestita una festa con balli e canti nel giorno dedicato al santo!
Dobbiamo ringraziare il desiderio di mantenere il ricordo di quei giorni se la cappella versa in ottime condizoni!
La mulattiera prosegue seguendo la linea del crinale, in questo tratto pianeggiante, passando prima accanto al vecchio trogolo e poi insinuandosi tra le case.
Purtroppo, come spesso accade, le stanze sono spoglie di qualsiasi arredo ed è evidente la frequentazione da parte di squadre di softair: ci son pallini ovunque! Non capirò mai la mania di andare a distruggere questi luoghi
CostapianellaCostapianellaLe case della parte più bassa hanno i segni di un utilizzo (e cura) più recente nel tempo: l’intonaco è “fresco” e paiono rinforzate in cemento armato!
Addirittura un edificio ha ancora le impalcature esterne, probabilmente i proprietari avevano iniziato qualche lavoro che però è stato lasciato a metà!
In presenza di un secondo piccolo trogolo, ancora funzionante fino alla recente alluvione del 2014, la via si biforca.  Qui è chiaro motivo del nome dato al paese: siam su una sorta di terrazzo naturale… Tutto intorno a noi i ripidi versanti del monte Penzo (raggiungibile seguendo la mulattiera le cui condizioni però non abbiam verificato)!
In testa al paese, muovendovisi con estrema attenzione, ci son gli edifici che regalano gli spunti più interessanti: le murature interne sono in pietra ed addirittura in uno è possibile osservare un piccolo runfò (antica cucina) avvolto nell’oscurità data da una tenda naturale di edera che ricopre la finestra! Purtroppo la strada in condizioni non proprio agevoli e la quasi assenza di possibilità parcheggiare la macchina, se non in modo “creativo” nell’unico slargo nelle vicinanze, possono essere un disincentivo a visitare Costapianella.
Al netto delle scomodità, però, vale assolutamente la pena di esplorarla per il fascino che ancora ha! Le fatiche saranno ampiamente ripagate!
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Costapianella Costapianella Costapianella Interno Interno Interno

Pian dei Curli, Val Brevenna

L’anno scorso quando, percorrendo il sentiero per il monte Buio, vidi Pian dei Curli mi ripromisi di andarlo a vedere nella stagione più adatta.
Allora era fine maggio… Troppo tardi per un paese abbandonato! Casareggio
Quest’anno siam stati più previdenti e così, una mattinata di metà aprile, io e Marta abbiam deciso di andare ad esplorare il piccolo manipolo di costruzioni.
Risaliamo la Val Brevenna fino a Casareggio, piccolo paese ai piedi del Buio.
Proprio in presenza di un antico trogolo, ancora perfettamente funzionante, un cartello indica l’attacco del sentiero. Bisogna fare un plauso a chi si è messo di buona lena a risegnalare la via sia per Pian dei Curli che per Tassaie…
(In presenza di un bivio un cartello indica quale direzione seguire per quest’ultima, noi dobbiamo prendere l’altra)
Un volontario che a noi è anonimo ma non per questo meno meritevole di lodi!
La vecchia mulattiera che collegava i paesi è ancora in buone condizioni e sale, abbastanza dolcemente, tra le antiche fasce. Non appena ci siam allontanati un pochino ecco che appare, come in una visione aerea, tutto Casareggio disteso sul fianco della montagna e lassù l’Antola coperto da una tardiva spruzzata di neve. Pian dei Curli
Un muro a secco dalle pietre estremamente grandi colpisce la nostra attenzione: è in perfetto stato e pare proprio un monumento alla fatica che si faceva quotidianamente in questo spicchio d’entroterra!Cucina
Non appena svalichiamo, complice l’assenza di fogliame, ci appare dall’altro lato della valletta Pian dei Curli!
Percorriamo il tratto di sentiero che rimane con molta attenzione: siam nel bosco pieno e le zecche hanno già iniziato a risvegliarsi…
Nell’ultimo mese è piovuto molto, ogni ruscello, persino il più piccolo, è carico d’acqua.
Ci fermiamo a contemplarne il canto in presenza di una loro confluenza! Le cascatelle scendono dalla montagna scroscianti e sembrano quasi rallegrarsi che la siccità sia ormai un ricordo dello scorso anno!
Appena oltre questo punto ecco la prima casa del paese! Non è che un rudere purtroppo…
Il borgo ha un suo “centro” gravitazionale ne vecchio trogolo, datato con un iscrizione del 1926.
E già sorgono i dubbi che ci accompagneranno per il resto della visita: pare che qualcuno lo frequenti di recente perchè le viuzze interne sono pulite ma quello che ci coglie maggiormente di sopresa è la quantità di oggetti sparsi per esse. Non solo, sono evidenti i segni di fuochi recenti!
Addirittura in un vicolo è possibile trovare una grande pila di vecchi vestiti buttati lì a prendere intemperie… Tralasciando il lato “sinistro” di questo ritrovamento la nostra paura è che possano subire il destino del fuoco! Un vero peccato.
L’edificio più interessante è sicuramente quello con un grande seccatoio esterno (anche qui abbiamo una data: 1952 anche se non sappiamo bene a cosa faccia riferiemento). Vi si riesce ad entrare [FARE SEMPRE ATTENZIONE] con qualche accorgimento, l’unica stanza visitabile è la vecchia cucina con ancora il runfò, la stufa di ghisa ed il lavandino di marmo, propri come si usava un tempo!
Come già detto il nucleo è molto piccolo e tutto sommato c’è poco da vedere ma merita senz’altro una visita soprattutto per la facilità con cui lo si può raggiungere!
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Pian dei Curli        62_InternoF 34_Sedia

Da Bavastrelli all’Antola in una mattinata di neve

Dopo anni finalmente l’inverno ha deciso di fare sul serio. Numerosi episodi di freddo e neve si son susseguiti nel nostro Appennino.Bavastrelli
Caso vuole che in uno di questi io fossi in ferie dal lavoro…
Mattina presto, durante la notte è caduta la neve molto vicina alla costa. Appena uscito dal portone di casa l’aria frizzante mi avvolge e come se nulla fosse volto lo sguardo verso i Forti. Lo faccio sempre, forse è un’innato desiderio di “fuggire” dal panorama cittadino ma quest’oggi c’è una novità: il Forte Sperone, i prati e boschi sottostanti sono coperti da un leggero velo di neve!
Salgo sulla corriera e mi sembra proprio di fare un viaggio nel mondo delle fiabe… I rami degli alberi sono coperti di neve fin da Prato. Più saliamo, più tutto sembra passare dalla farina color violaceo nelle parti in ombra, alla polvere di diamanti man mano che il sole regala i propri raggi!
Cambio a Torriglia e, con un piccolo corrierino, parto verso la Val Brugneto.
La simpatica conducente mi manifesta tutta l’invidia nel poter andare a godere lo spettacolo di giornata che si preannuncia… Io ricambio il sentimento per poter viaggiare tra questi monti quotidianamente.
Bavastrelli, qui le nostre chiacchiere si interrompono. Un saluto, zaino in spalla e via!
Bavastrelli e la Val BrugnetoMentre attraverso il paese l’unico suono è quello del trogolo, mi lascio alle spalle la chiesa ed imbrocco il sentiero.
Il percorso è uno dei più veloci per salire in Antola, circa un paio d’ore, ma so già che me la prenderò molto comoda!
Speravo di essere il primo, invece la pista è stata già battuta da qualcuno… Poco male!
Le fasce dove in estate è facile incontrare mandrie di mucche oggi sembrano delle scale bianche.
Il sole scalda e la neve cade dai rami generando un’istantanea quanto effimera nevicata che ogni tanto mi colpisce… Polvere di diamanti!Ombre e luci
Il primo tratto è un continuo scorcio da cartolina: basta voltarsi ed ecco il lago del Brugneto riflettere la luce come se fosse uno specchio!
Il bosco inizia poco prima della cappella di San Rocchino.
In poco giungo ad uno dei miei angoli preferiti di tutto il sentiero: una piana con trogolo ed una piccola costruzione, Casa Buccaiusa. Purtroppo il tempo sta costantemente degradandola ma rimane splendida ai miei occhi!
Subito dopo un immenso faggio rieccomi tra gli ampi prati dove spesso è possibile osservare daini, caprioli ed addirittura segni di presenza dei lupi! Oggi non è possibile vederle per via della neve ma sulle superfici di strato che emergono dal terreno (in particolare poco oltre la Cappella della Madonna del Manto) spesso si notano le tracce fossi degli Elmintoidi.
Siamo ad un trivio: a sinistra si percorre un tratto dell’Anello del Rifugio, a destra si ritorna a Caprile oppure si può proseguire sulla “diretta”. Scelgo questa opzione mentre il sole va e viene!
Riprende la faggeta e salgo decisamente di quota. Fino ad ora si camminava bene ma il manto nevoso cresce sempre più tanto che presumo siam almeno una quarantina di centimetri!
Onde di nevePer fotuna chi è passato prima di me ha battuto la pista e quindi i miei passi non affondano più di tanto! Mi lascio alle spalle sia il nuovo che i vecchi rifugi e punto dritto alla vetta!
La temperatura deve essere ancora rigida dato che i piccoli arbusti e la croce stessa sono coperti di calabrosa!
Ma son le anticime a meravigliarmi: sembrano delle vere e proprie onde di neve!
Mi precipito a vederle da più vicino… Il vento ha modellato le cornici come in alta montagna eppure laggù brilla il mare dorato!
E’ tempo di pranzare, raggiungo le panche dalla cappella di San Pietro e mi gusto il classico pezzo di formaggio mentre un gruppo di sciatori mi saluta passando!
Incredibile Antola, in qualsiasi momento dell’anno vi ci troviate… Non sarete mai soli!
Solo, invece, lo sarò per tutto il ritorno lungo il percorso fino a torriglia!
Non c’è un suono se non la neve che scricchiola sotto i miei piedi. Il sole gioca a creare ombre sempre più fantasiose: ombre dritte dei faggi, ombre curve per le creste create da vento… Tutto il resto è luccichio di tantissimi cristalli di neve! Ed io sono lì nella completa solitudine…
L’Antola non smetterà mai di emozionarmi… C’è qualcosa che mi lega a questa montagna ed ogni volta è come se fosse la prima!
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15_Rifugio 17_Cappella San Pietro 19_Vetta 22_Antola 23_Solitudine 27_Val Brugneto

L’anello del Cremado, tra antichi alpeggi e faggete

L’autunno è sicuramente la mia stagione preferita. I nostri monti assumono mille sfaccettature che vanno dal rosso fuoco al giallo dorato!
In questo periodo dell’anno non è raro che capitino giornate estremamente limpide con il cielo blu intenso che contrasta con i colori caldi delle foglie. Se siete fortunati, come siamo stati noi, potrebbe capitarvi di intraprendere una gita proprio in un giorno di questi.
Prima mattina, Val Brevenna.Lavazzuoli
Il sole non ha ancora tolto la coperta di rugiada al fondovalle, limitandosi ad accarezzare solo lo cime più alte. L’aria è più che frizzante. Chi l’ha percorsa sa che la strada fino a Senarega, per quanto stretta, se la cava ancora ma da lì in poi… Diventa tutto un’altro storia! La striscia di asfalto, in buon parte consumato fin quasi allo stremo, si inerpica tortuosa sul fianco della mantagna. Se il nostro scooter potesse parlare ci chiederebbe perchè gli stiamo facendo questo!
Finalmente giungiamo a Piancassina (1035m), carichiamo gli zaini e ci mettiamo in cammino.
Il sentiero è ancora quello originale che conduceva (e conduce tutt’ora essendo l’unica via per raggiungerlo) a Lavazzuoli (1142m). Ogni volta che ci vengo è come fare un passo indietro nel tempo. E’ il suono dei campanacci di una mucca che ci accompagna mentre ci muoviamo tra il manipolo di case, quasi tutte in stato di abbandono, l’antico trogolo, l’orto ed i pascoli curati. Il tempo è come sospeso qui, ed non  si può che fare un plauso ai titolari dell’agriturimo (Osteria del Sole) per mantenere viva questa realtà in testa alla valle! Casoni Lomà Una piccola gemma.
Trascuriamo le varie deviazioni proseguendo dritti in direzione dei casoni.
I primi che incontriamogiacciono in stato di completo abbandonotanto che solo uno è  ancora “visitabile” (fate sempre attenzione se entrate in costruzioni pericolanti): sono i Casoni della Libia. Il nome non è minimamente riferito al paese africano bensì ad una particolare forma geologica evidente poco oltre: un antico smottamento ha messo a nudo la roccia viva rendnedo il paesaggio quasi lunare. E come sarà il temina dialettale per indicare una frana? Liggia. Da qui l’italianizzato “libia”! Casoni Giuan
Da qui il percorso, purtroppo non posso esimermi dal dirlo, diventa più avventuroso dato che la vegetazione è parecchio invadente. Una sorta di scaletta di pietra che si stacca sulla nostra destra è la via per i Casoni di Lomà. Il luogo sembra un inno alla vita contadina: un manipolo di costruzioni (rigorosamente seguenti l’andamento del pendio) utilizzate fino al passato recente come alpeggi dagli abitanti di Chiappa. L’opera dell’uomo, però, non si ferma qui: abbondano i muretti a secco, gli alberi da frutto, scale in pietra ed i cascinali.
Salendo ancora, invece, incontriamo i Casoni di Giuan. Personalmente rimango rapito dalla bellezza quasi da cartolina di questo angolo che pare dimenticato dallo scorrere del tempo. Davanti a noi sull’ampio prato ai piedi del monte Cremado sono adagiati alcuni edifici ancora in buono stato, dietro la vista si apre fino alla Riviera di Ponente!
Superati gli edifici, ci addentriamo tra una serie di cespugli di rovi e prugnoli finchè non viene a farci visita uno degli abitanti della zona: un mulo! Sì perchè i pascoli sono ancora utilizzati da una mandria di cavalli che, a direi il vero, sono stati fin troppo curiosi di venire a capire chi fossero questi intrusi! Panorama CremadoCe li lasciamo alle spalle ed il gioco inizia a farsi duro: si sale! La prossima tappa è la vetta del Cremado e per arrivarci non esiste un vero e proprio sentiero segnato. Seguiamo il dedalo di piste che si dipanano sui pascoli. Ecco che i colori autunnali si ripresentano con i faggi infuocati che si stagliano sul blu cobalto del cielo!
In tempi brevi siamo in cima (1512), non c’ero mai stato, e mi scampare il respiro dalla bocca.
Il panorama è a 360°, il mare scintillante da un lato, le Alpi dall’altro, la Val Brevenna (ed i Casoni da cui proveniamo) ai nostri piedi, l’intera Val Brugneto dall’Antola alla diga dell’omonimo lago!
Lago che è evidentemente in sofferenza per la siccità perdurante di quest’anno.
Ma, come si diceva all’inizio, l’aria oggi è tersa e allora faccimo volare lo sguardo fino agli estremi orizzoni: fino alle Apuane, all’Arcipelago Toscano e l’immancabile Corsica!
Un piccolo cartello in legno ci indica che la cima è dedicata a Silvia. Non sappiamo a che volto appartenga il nome ma cara Silvia, complimenti perchè quassù è un vero balcone sulla bellezza della nostra terra!Val Brugneto
Il clima è mite, fin troppo, ma la giornata è già avanzata. Purtroppo non riusciamo ad arrivare alla cima dell’Antola, ci limiteremo ad una capatina al Rifugio. Per fare ciò torniamo un poco indietro fino ad una pista (attenzione: anche questa non segnata ma abbastanza evidente perchè larga) che taglia sul versante di Tonno fino ad un cancelletto. Si prosegue per poche decine di metri e ci si immette sul sentiero che proviene da Torriglia. In un attimo eccoci al Rifugio. MuloQuattro chiacchiero con Silvia e Federico, i giovani gestori del rifugio, non me le faccio mai mancare! Altro rituale a cui non mi tiro mai indietro è un estathè al limone sulle terrazze!
Con Marta proviamo a scrutare con il binocolo  alla ricerca di daini, fortunatamente la “caccia” ha successo! Tre ungulati brucano sul distante monte Ciuffo.
Non so bene descrivere le emozioni che provo quando bazzico in zona Antola, chissà magari prima o poi riuscirò a dargli una forma, ma purtroppo si è proprio fatta l’ora di scendere.
La faggeta ormai è completamente in ombra,l’unico suono è quello dei nostri piedi sulle foglie appena cadute. Alla Colletta delle Cianazze svalichiamo nuovamente sul lato valbrevennino. Qui il solè illumina ancora l’antica mulattiera con una luce dorata che da soli varrebbero la giornata ma non è ancora finita. Un’ultima sorpresa ci attende: il tramonto!
Il cielo è “chiuso” tra un nastro di nuvole rosso fuoco ed il nero profilo delle Alpi, in mezzo i colori mutano ad ogni secondo mentre il fresco della sera inizia ad accarezzare i nostri visi.
Infine il giorno si nasconde definitivamente, cala il sipario su una giornata memorabile.
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Casoni Juan

La mano sul ghiacciaio: Mer de Galce, Chamonix

Quest’estate verrà sicuramente ricordata, oltre che per la perdurante siccità che sta colpendo tutta la penisola, anche come una tra le più calde di sempre. A giungno lo zero termico si è assestato attorno ai 5000 metri cioè ben oltre la cima del monte Bianco (la vetta più alta d’Europa)!
06_ChiesettaIn questo scenario di cambiamenti climatici Stazione Treninosempre più importanti, il mio sogno di toccare un ghiacciaio diventa costantemente più problematico. Eppure ce l’ho fatta grazie ad un inaspettato regalo da parte di Marta!
Avrei piacere a raccontarvi com’è andata.
Lasciamo Annecy, il giorno prima lo abbiamo visitato insieme all’omonimo lago (il secondo per dimensioni di tutta la Francia), con il sole nascosto dietro una grigia coltre di nuvole alte. Il pullman della gita organizzata attraversa l’Alta Savoia , dinnanzi a noi si para sempre più imponente e maestosa la catena alpina. Più ci avviciniamo a Chamonix più sembra di tornare indietro in inverno, anche se in realtà siamo a metà marzo.
Purtroppo le nuvole coprono le cime del massiccio del Bianco che qui raggiungono verticalità impressionanti!
La meta di questa giornata è il Mer de Glace e lo raggiungeremo sul trenino a cremagliera che collega Chamonix a Montenvers. C’è giusto il tempo di gironzolare un po’ tra le vie del rinomato centro sciistico che è tempo di salire a bordo. Lentamente la vecchia carrozza si inerpica sul fianco della montagna, calma ma decisa.
Sono leggermente teso per via dei miei problemi di pressione ma stempero il tutto seguendo con lo sguardo le innumerevoli piste di impronte sulla neve che si snodano per il bosco.Aguille du Dru Mer de Glace Livello Anni 90
Uno sguardo a Marta, uno alla foresta, uno alla conca di Chamonix ed eccoci finalmente a destinazione.
Davanti ai nostri occhi si manifesta tutta la potenza della natura: la lingua di ghiaccio si fa largo serpeggiando fra i lati della valle, occupandola completamente!
Lo stupore, ahimè, convive con lo sconforto. Quando è stata inaugurata la ferrovia nel 1909 il “mare di ghiaccio” quasi lambiva la stazione, oggi è parecchie centinaia di metri sotto!
Per riuscire ad intercettarlo bisogna dapprima prendere una seggiovia e da lì scendere a piedi 415 scalini! Ad aumentare la presa di coscienza della sofferenza a cui son sottoposti i ghiacciai alpini, viene riportato il livello del ghiaccio ad intervalli di tot anni. Stiamo facendo una sorta di viaggio nel tempo, passo dopo passo le grotte si avvicinano e parallelamente le targhe hanno date sempre più recenti. In realta la natura ci mostra senza filtri quello che c’era un tempo: i fianchi della vallata, soprattutto sul versante opposto a quello su cui ci stiamo muovendo, sono ricoperti da una coltre impressionante di detriti! Dai piccoli ciottoli a veri e propri massi, la morena del Mer de Glace è tutto ciò che rimane dell’antica grandezza!
Nonostante tutto, però, il ghiaccio è ancora vivo e non manca di farcelo sapere con frequenti schiocchi provenienti dai crepacci più profondi.
Grotta18238597_10213138120315805_3892735226019051922_oTerminata la lunga scalinata ecco che si giunge al livello dell’entrata per le grotte scavate direttamente nell ghiaccio vivo. Il momento è arrivato. Manca ancora qualche passo lungo la passerella ma lo stupore mi ha già pervaso. Dal bianco sbucano delle lingue di colore azzurro intenso. Istantaneamente ci si accorge che quella è la vera anima del ghiacciaio, ancora coperto di neve caduta durante l’inverno. Quasi tremolando sollevo la mia mano e la appoggio sulla massa lucida. Un brivido mi percorre ma non è il freddo, è quello che si prova quando un sogno si concretizza. E’ strano come mi senta ancora più piccolo dinnanzi alla natura.
Fin dal 1946 viene scavata una grotta all’interno del ghiacciaio. Ci addentriamo in essa. Siamo in un’altra dimensione: la luce che passa dall’esterno viene riflessa dalle pareti lucide, tutto è di un blu intenso… I livelli di neve e detrito che negli anni sono caduti creano come una sorta di bande di diverso colore. Tutto è sospeso nella massa del ghiaccio, compresi ciottoli che paiono immersi nella glassa e che non riesco a non domandarmi quanti secoli addietro possono essere stati “catturati”!
L’illminazione artificiale di varii colori amplifica la sensazione onirica mentre osserviamo le varie sculture che sono state forgiate con la materia glaciale: un orso, un piccolo caminetto ed altri arredi casalinghi.
Si è fatta l’ora di tornare indietro. Chissà per quanto riusciremo ad assistere a spettacoli del genere…  Si dice che sono cicli, e molto probabilmente ci sarà un tempo in cui i ghiacciai torneranno ad espandersi ed a scendere per le valli.
Il “mare” avrà una nuova primavera o meglio, perdonate la battuta alquanto di bassa lega, inverno. Ma i tempi dell’uomo non sono quelli della natura, oggi torno a casa con il cuore malinconico. Eppure… l’ho toccato! E non lo dimenticherò mai!
Mer de Glace

Fioriscono i narcisi sul monte Buio

Verso metà maggio nel Parco dell’Antola c’è un appuntamento fisso: la fioritura dei narcisi (Narcissus poeticus)!
Pian della Cavalla (splendida conca carsica) e Casa del Romano (un balcone sull’Appennino) sono le mete più conosciute ma personalmente hanno perso un po’ della “magia” perchè vengono letteralmente prese d’assalto da un’infinità di persone, spesso neanche rispettose dell’ambiente circostante ma dedite solo a scatti che testimonino la propria presenza a questo “evento”.Monte Cugnoi
Quindi vorrei proporvi un’escursione diversa che oltre all’abbondante fioritura offre bellissimi panorami: il monte Buio dal Passo dell’Incisa!
Già raggiungere la partenza in macchina, se si proviene dalla Val Brevenna o da Crocefieschi, è una gioia per gli occhi perchè lo stretto nastro di asfalto  si snoda tra i pascoli che sovrastano Porcile e Clavarezza. Io e Marta veniamo spesso qui a godere del panorama, soprattutto in tiepidi tramonti d’estate che sfumano in notti squarciate da stelle cadenti!
Il Passo dell’Incisa è un intaglio nella roccia, da questo deriva il nome che si presenta in molte altre località liguri, sul crinale tra le valli Vobbia e Brevenna a circa 1070m.
CrinaleSubito il sentiero sale dolcemente tra i prati ricchi di orchidee (ad esempio Orchis tridentata) ed altre essenze floreali. In breve raggiungo una sella da cui gustare begli scorci su Caselline e Pareto ma la mia attenzione è catturata dal mare scintillante e dalle Alpi Marittime ancora cariche di bianca neve! Compare in lontananza anche la nostra destinazione: il monte Buio. La fortuna mi assiste: la giornata è limpidissima! Il passo si fa lento, il percorso è praticamente in piano in questo tratto, ed attorno a me è un continuo sfarfallio di colori.
Mentre aggiro le pendici del monte Riundo c’è tempo per alcuni incontri geologici: una tenue sorgente crea una piccola pozza, l’acqua fresca attira innumerevoli farlalline che si levano come una nuvola al mio passaggio, mentre poco più in là, segnalato anche da un cartello del Parco, ecco le tipiche tracce fossili! Come mai “tipiche”? Perchè i Calcari dell’Antola, formazione rocciosa che compone queste montagne, appartengono al più grande gruppo di Calcari ad Elmintoidi ovvere rocce su cui è rimasta impressa un traccia sinuosa, il nome è Helminthoidea labirintica, che risale a 65 milioni di anni fa… il tempo dei dinosauri!Pian del Curlo
Come d’improvviso la pendenza aumenta e mi ritrovo a salire decisamente in una pineta di rimboschimento che lascia velocemente il passo al bosco di faggi. Questo è il primo vero momento d’ombra e devo dire che, complice la precendente fatica, accolgo il fresco con immensa gioia!
La frescura dura poco, rieccomi all’aperto a Pian dei Curli. Volendo c’è un tavolo su cui pranzare ma decido di salire sulla piccola cima che rimane alle mie spalle. A sinistra i miei occhi sorvolano la Pianura Padana giungendo in men che non si dica alle Alpi, a destra sprofondano lungo il versante fino ad incontrare il piccolo borgo di Tonno accerchiato dai verdi boschi della Val Brevenna. Ed innanzi a me? Si erge maestoso il contrafforte del Buio con il crinale che corre serpeggiando fino in vetta all’Antola! Già solo quest’attimo di respiro così ampio potrebbe bastare a colmarmi di libertà ma ormai manca poco, un’ultima salita, per l’appuntamento con i narcisi.Monte Buio fino all'Antola
Per salire in vetta si può seguire la traccia che sale proprio alle spalle del piccolo boschetto dietro alla tavola a Pian dei Curli oppure proseguire lungo l’antica via che taglia la montagna ancora per un tratto. Preferisco questa seconda opzione perchè voglio proseguire la sensazione di camminare su una cornice in volo sopra la valle del Rio di Tonno.
Dapprima qualche narciso solitario, poi sempre più numerosi fino a quando non supero l’ultimo scalino ed è qui che la meraviglia mi assale: centinaia di narcisi ondeggianti al vento coprono il pianoro fino alla vetta! Un vero e proprio giardino sospeso in cielo! Qua e là orchidee e piccoli boccioli di giallo intenso: i Botton d’Oro (Trollius europaeus). Respiro il profumo della natura mentre conquisto la croce di vetta. Mi trovo all’incrocio di ben tre valli: Brevenna, Vobbia e Borbera. Il panorama è mozzafiato ed a 360 gradi: dal monte Rosa alla Riviera di Ponente, si riconosce addirittura il porto di Genova, sembra quasi di poter toccare con mano i più vicini Crocefieschi (e le Rocche del Reopasso), il valico di San Fermo nonchè l’Antola. Mi appoggio ad uno dei tavoli che si trovano sulla cima ed osservo in silenzio. L’Appennino con tutto il suo bagaglio di ricchezze storiche e naturalistiche è intorno a me, il sole brilla, i narcisi ballano nel vento… ed io mi sento libero.
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Monte Rosa

Barego, Val Bisagno

Sono passati molti anni da quando sentii parlare per la prima volta di Barego.
InternoPer caso lessi un post su un forum in cui si presentava questo agglomerato di case ormai abbandonato nell’Alta Val Bisagno. Lì per lì quasi stentavo a credere che sul fianco della montagna che avevo osservato chissà quante volte mentre mi dirigevo a Scoffera giacesse, nascosto dai boschi, un paese!
Così cercai più informazioni scoprendo che in realtà sul suo conto… Ne esistono ben poche!
Un mistero lo avvolge: non sappiamo nè quando ha iniziato ad esistere nè perchè l’uomo abbia deciso di lasciarlo! Il borgo, se così possiamo chiamarlo, consiste in una ventina di costruzioni che si dipanano lungo l’antica mulattiera che da Traso (frazione di Bargagli) conduceva a Trapena Alta (altro nucleo in totale abbandono). Questi edifici, però, non presentano le tipiche caratteristiche delle abitazioni comuni: non ci sono finestre nè tanto meno camini! Effettivamente a vederle sembrano più dei seccatoi costruiti con pietre a vista ma è un’ipotesi che al momento non trova prove che la avvalorino.
Singolare è un edificio che addirittura presenta una serie di porte con arco ma rispetto alla prima visita ad oggi ne rimane solo una! Architettonicamente, comunque, le case di Barego vengono datate all’epoca medievale ma è evidente, almeno in un paio di esse, un uso anche saltuario fino ad un passato prossimo (si può rinvenire una falce metallica).
Ad aumentare quest’alone misterioso contribuisce la vegetazione infestante che sta avvolgendo tutto, tanto che pare di trovarsi tra i resti di antiche civiltà come sul set di un film di Indiana Jones! Proprio per questo la stagione migliore per visitarlo è sicuramente l’inverno.
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Edificio con archi Angolo Interno Edificio Interno Edificio