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L’anello del Cremado, tra antichi alpeggi e faggete

L’autunno è sicuramente la mia stagione preferita. I nostri monti assumono mille sfaccettature che vanno dal rosso fuoco al giallo dorato!
In questo periodo dell’anno non è raro che capitino giornate estremamente limpide con il cielo blu intenso che contrasta con i colori caldi delle foglie. Se siete fortunati, come siamo stati noi, potrebbe capitarvi di intraprendere una gita proprio in un giorno di questi.
Prima mattina, Val Brevenna.Lavazzuoli
Il sole non ha ancora tolto la coperta di rugiada al fondovalle, limitandosi ad accarezzare solo lo cime più alte. L’aria è più che frizzante. Chi l’ha percorsa sa che la strada fino a Senarega, per quanto stretta, se la cava ancora ma da lì in poi… Diventa tutto un’altro storia! La striscia di asfalto, in buon parte consumato fin quasi allo stremo, si inerpica tortuoso sul fianco della mantagna. Se il nostro scooter potesse parlare ci chiederebbe perchè gli stiamo facendo questo!
Finalmente giungiamo a Piancassina (1035m), carichiamo gli zaini e ci mettiamo in cammino.
Il sentiero è ancora quello originale che conduceva (e conduce tutt’ora essendo l’unica via per raggiungerlo) a Lavazzuoli (1142m). Ogni volta che ci vengo è come fare un passo indietro nel tempo. E’ il suono dei campanacci di una mucca che ci accompagna mentre ci muoviamo tra il manipolo di case, quasi tutte in stato di abbandono, l’antico trogolo, l’orto ed i pascoli curati. Il tempo è come sospeso qui, ed non  si può che fare un plauso ai titolari dell’agriturimo (Osteria del Sole) per mantenere viva questa realtà in testa alla valle! Casoni Lomà Una piccola gemma.
Trascuriamo le varie deviazioni proseguendo dritti in direzione dei casoni.
I primi che incontriamogiacciono in stato di completo abbandonotanto che solo uno è  ancora “visitabile” (fate sempre attenzione se entrate in costruzioni pericolanti): sono i Casoni della Libia. Il nome non è minimamente riferito al paese africano bensì ad una particolare forma geologica evidente poco oltre: un antico smottamento ha messo a nudo la roccia viva rendnedo il paesaggio quasi lunare. E come sarà il temina dialettale per indicare una frana? Liggia. Da qui l’italianizzato “libia”! Casoni Giuan
Da qui il percorso, purtroppo non posso esimermi dal dirlo, diventa più avventuroso dato che la vegetazione è parecchio invadente. Una sorta di scaletta di pietra che si stacca sulla nostra destra è la via per i Casoni di Lomà. Il luogo sembra un inno alla vita contadina: un manipolo di costruzioni (rigorosamente seguenti l’andamento del pendio) utilizzate fino al passato recente come alpeggi dagli abitanti di Chiappa. L’opera dell’uomo, però, non si ferma qui: abbondano i muretti a secco, gli alberi da frutto, scale in pietra ed i cascinali.
Salendo ancora, invece, incontriamo i Casoni di Giuan. Personalmente rimango rapito dalla bellezza quasi da cartolina di questo angolo che pare dimenticato dallo scorrere del tempo. Davanti a noi sull’ampio prato ai piedi del monte Cremado sono adagiati alcuni edifici ancora in buono stato, dietro la vista si apre fino alla Riviera di Ponente!
Superati gli edifici, ci addentriamo tra una serie di cespugli di rovi e prugnoli finchè non viene a farci visita uno degli abitanti della zona: un mulo! Sì perchè i pascoli sono ancora utilizzati da una mandria di cavalli che, a direi il vero, sono stati fin troppo curiosi di venire a capire chi fossero questi intrusi! Panorama CremadoCe li lasciamo alle spalle ed il gioco inizia a farsi duro: si sale! La prossima tappa è la vetta del Cremado e per arrivarci non esiste un vero e proprio sentiero segnato. Seguiamo il dedalo di piste che si dipanano sui pascoli. Ecco che i colori autunnali si ripresentano con i faggi infuocati che si stagliano sul blu cobalto del cielo!
In tempi brevi siamo in cima (1512), non c’ero mai stato, e mi scampare il respiro dalla bocca.
Il panorama è a 360°, il mare scintillante da un lato, le Alpi dall’altro, la Val Brevenna (ed i Casoni da cui proveniamo) ai nostri piedi, l’intera Val Brugneto dall’Antola alla diga dell’omonimo lago!
Lago che è evidentemente in sofferenza per la siccità perdurante di quest’anno.
Ma, come si diceva all’inizio, l’aria oggi è tersa e allora faccimo volare lo sguardo fino agli estremi orizzoni: fino alle Apuane, all’Arcipelago Toscano e l’immancabile Corsica!
Un piccolo cartello in legno ci indica che la cima è dedicata a Silvia. Non sappiamo a che volto appartenga il nome ma cara Silvia, complimenti perchè quassù è un vero balcone sulla bellezza della nostra terra!Val Brugneto
Il clima è mite, fin troppo, ma la giornata è già avanzata. Purtroppo non riusciamo ad arrivare alla cima dell’Antola, ci limiteremo ad una capatina al Rifugio. Per fare ciò torniamo un poco indietro fino ad una pista (attenzione: anche questa non segnata ma abbastanza evidente perchè larga) che taglia sul versante di Tonno fino ad un cancelletto. Si prosegue per poche decine di metri e ci si immette sul sentiero che proviene da Torriglia. In un attimo eccoci al Rifugio. MuloQuattro chiacchiero con Silvia e Federico, i giovani gestori del rifugio, non me le faccio mai mancare! Altro rituale a cui non mi tiro mai indietro è un estathè al limone sulle terrazze!
Con Marta proviamo a scrutare con il binocolo  alla ricerca di daini, fortunatamente la “caccia” ha successo! Tre ungulati brucano sul distante monte Ciuffo.
Non so bene descrivere le emozioni che provo quando bazzico in zona Antola, chissà magari prima o poi riuscirò a dargli una forma, ma purtroppo si è proprio fatta l’ora di scendere.
La faggeta ormai è completamente in ombra,l’unico suono è quello dei nostri piedi sulle foglie appena cadute. Alla Colletta delle Cianazze svalichiamo nuovamente sul lato valbrevennino. Qui il solè illumina ancora l’antica mulattiera con una luce dorata che da soli varrebbero la giornata ma non è ancora finita. Un’ultima sorpresa ci attende: il tramonto!
Il cielo è “chiuso” tra un nastro di nuvole rosso fuoco ed il nero profilo delle Alpi, in mezzo i colori mutano ad ogni secondo mentre il fresco della sera inizia ad accarezzare i nostri visi.
Infine il giorno si nasconde definitivamente, cala il sipario su una giornata memorabile.
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Casoni Juan

Fioriscono i narcisi sul monte Buio

Verso metà maggio nel Parco dell’Antola c’è un appuntamento fisso: la fioritura dei narcisi (Narcissus poeticus)!
Pian della Cavalla (splendida conca carsica) e Casa del Romano (un balcone sull’Appennino) sono le mete più conosciute ma personalmente hanno perso un po’ della “magia” perchè vengono letteralmente prese d’assalto da un’infinità di persone, spesso neanche rispettose dell’ambiente circostante ma dedite solo a scatti che testimonino la propria presenza a questo “evento”.Monte Cugnoi
Quindi vorrei proporvi un’escursione diversa che oltre all’abbondante fioritura offre bellissimi panorami: il monte Buio dal Passo dell’Incisa!
Già raggiungere la partenza in macchina, se si proviene dalla Val Brevenna o da Crocefieschi, è una gioia per gli occhi perchè lo stretto nastro di asfalto  si snoda tra i pascoli che sovrastano Porcile e Clavarezza. Io e Marta veniamo spesso qui a godere del panorama, soprattutto in tiepidi tramonti d’estate che sfumano in notti squarciate da stelle cadenti!
Il Passo dell’Incisa è un intaglio nella roccia, da questo deriva il nome che si presenta in molte altre località liguri, sul crinale tra le valli Vobbia e Brevenna a circa 1070m.
CrinaleSubito il sentiero sale dolcemente tra i prati ricchi di orchidee (ad esempio Orchis tridentata) ed altre essenze floreali. In breve raggiungo una sella da cui gustare begli scorci su Caselline e Pareto ma la mia attenzione è catturata dal mare scintillante e dalle Alpi Marittime ancora cariche di bianca neve! Compare in lontananza anche la nostra destinazione: il monte Buio. La fortuna mi assiste: la giornata è limpidissima! Il passo si fa lento, il percorso è praticamente in piano in questo tratto, ed attorno a me è un continuo sfarfallio di colori.
Mentre aggiro le pendici del monte Riundo c’è tempo per alcuni incontri geologici: una tenue sorgente crea una piccola pozza, l’acqua fresca attira innumerevoli farlalline che si levano come una nuvola al mio passaggio, mentre poco più in là, segnalato anche da un cartello del Parco, ecco le tipiche tracce fossili! Come mai “tipiche”? Perchè i Calcari dell’Antola, formazione rocciosa che compone queste montagne, appartengono al più grande gruppo di Calcari ad Elmintoidi ovvere rocce su cui è rimasta impressa un traccia sinuosa, il nome è Helminthoidea labirintica, che risale a 65 milioni di anni fa… il tempo dei dinosauri!Pian del Curlo
Come d’improvviso la pendenza aumenta e mi ritrovo a salire decisamente in una pineta di rimboschimento che lascia velocemente il passo al bosco di faggi. Questo è il primo vero momento d’ombra e devo dire che, complice la precendente fatica, accolgo il fresco con immensa gioia!
La frescura dura poco, rieccomi all’aperto a Pian dei Curli. Volendo c’è un tavolo su cui pranzare ma decido di salire sulla piccola cima che rimane alle mie spalle. A sinistra i miei occhi sorvolano la Pianura Padana giungendo in men che non si dica alle Alpi, a destra sprofondano lungo il versante fino ad incontrare il piccolo borgo di Tonno accerchiato dai verdi boschi della Val Brevenna. Ed innanzi a me? Si erge maestoso il contrafforte del Buio con il crinale che corre serpeggiando fino in vetta all’Antola! Già solo quest’attimo di respiro così ampio potrebbe bastare a colmarmi di libertà ma ormai manca poco, un’ultima salita, per l’appuntamento con i narcisi.Monte Buio fino all'Antola
Per salire in vetta si può seguire la traccia che sale proprio alle spalle del piccolo boschetto dietro alla tavola a Pian dei Curli oppure proseguire lungo l’antica via che taglia la montagna ancora per un tratto. Preferisco questa seconda opzione perchè voglio proseguire la sensazione di camminare su una cornice in volo sopra la valle del Rio di Tonno.
Dapprima qualche narciso solitario, poi sempre più numerosi fino a quando non supero l’ultimo scalino ed è qui che la meraviglia mi assale: centinaia di narcisi ondeggianti al vento coprono il pianoro fino alla vetta! Un vero e proprio giardino sospeso in cielo! Qua e là orchidee e piccoli boccioli di giallo intenso: i Botton d’Oro (Trollius europaeus). Respiro il profumo della natura mentre conquisto la croce di vetta. Mi trovo all’incrocio di ben tre valli: Brevenna, Vobbia e Borbera. Il panorama è mozzafiato ed a 360 gradi: dal monte Rosa alla Riviera di Ponente, si riconosce addirittura il porto di Genova, sembra quasi di poter toccare con mano i più vicini Crocefieschi (e le Rocche del Reopasso), il valico di San Fermo nonchè l’Antola. Mi appoggio ad uno dei tavoli che si trovano sulla cima ed osservo in silenzio. L’Appennino con tutto il suo bagaglio di ricchezze storiche e naturalistiche è intorno a me, il sole brilla, i narcisi ballano nel vento… ed io mi sento libero.
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Monte Rosa

Monte Fasce: ascesa da Quinto

Genova città di mare ma non solo… Genova città di montagne che si tuffano in mare!
Credo che il monte Fasce sia proprio l’emblema di questa caratteristica: incombe sui quartieri orientali cittadini (basti pensare che si passa da 0 ad 834m in soli 3km in linea d’aria) e grazie alla sua mole è facilmente individuabile, purtroppo anche a causa delle numerose antenne che ne deturpano la cima, dalle restanti aree di Genova.
Monte FasceLa strada che porta fin quasi alla vetta offre scorci meravigliosi e durante il weekend è percorsa da tanti concittadini che possono gustarsi la natura a pochi minuti dal caos urbano, io stesso mi sono rifugiato più di una volta su questa montagna.
Oggi ci arriveremo con le nostre gambe ma bisogna dirlo subito: il termine “ascesa” non è affatto casuale perchè l’escursione è piuttosto impagnativa, i tempi sono di circa un paio d’ore, e da non affrontare nel periodo caldo!
Corso Europa, l’arteria che conduce dal centro a levante, è una tra le vie più trafficate di Genova. Accanto a questo andirivieni di macchine c’è il piccolo Cimitero di Quinto, sulle sue mura esterne è evidente il segnavia a T rovesciata rossa che mi accompagnerà per tutta la gita. In realtà dopo poco il sentiero inizia a salire tra i lecci e devo dire che in men che non si dica il rumore cittadino diventa un ricordo nonostante il cavalcavia autostradale mi ricordi che comunque la “civiltà” è ancora lì. Bisogna solo stare attenti ad un bivio dove si deve imboccare la scalinata che sale. Non passa molto tempo ed eccomi ad uno spiazzo, qualcuno ha preso a fucilate un vecchio cartello ma la mia attenzione è tutta al panorama. Batterie Monte MoroGenova è adagiata ai miei piedi e seguendo la linea di costa, come fosse un lungo serpentone, si arriva fino a Capo Noli con alle spalle le Alpi Marittime brillanti di neve… la giornata non poteva essere più limpida!
Mirto, terebinto, corbezzolo ed altre essenze tipiche della macchia mediterrana mi circondano mentre salgo il crinale.  Ad ogni passo c’è almeno un paio di uccellini che scappano tra gli arbusti mentre il mare sembra giocare con il cielo a chi si avvicini di più al blu cobalto.
Il senso di pace è interrotto bruscamente dalla guerra: la Seconda Guerra Mondiale. L’area poco sotto la vetta del monte Moro è costellata di costruzioni militari risalenti a quel confiltto: bunker e batterie. Oggi sono state in gran parte smantellate ma rimangono evidenti le loro parti basali. Si capisce bene la scelta di questa posizione perchè si ha sott’occhio tutto il golfo di Genova dal Promontorio di Portofino alla riviera di Ponente.
Il monte Moro (408m) è una prominenza lungo il crinale sud occidentale, qui negli anni 60 era stata aperta una trattoria che purtroppo giace in balia dell’incuria e del vandalismo. Possiamo giungervi anche in macchina, suggerisco questa opzione a chi non voglia faticare troppo, e lasciarla nell’ampio parcheggio.
L’ambiente diventa totalmente brullo e per questo ideale allo sviluppo di molte specie di orchidee, del narciso tazzetta (Narcissus tazetta) e del narciso dei poeti (Narcissus poeticus) tanto che è valso all’area del monte Fasce l’inserimento nell’elenco dei Siti d’Interesse Comunitario (SIC) della provincia di Genova.
Nonostante questo la zona è periodicamente falcidiata da incendi di matrice dolosa.Monte Fasce
La geologia diventa protagonista quando, appena sopra il Moro, si rendono visibili ed estremamente evidenti le pieghe nei calcari dell’Antola causate dall’orogenesi alpina! Gli strati disegnano linee curve sinuose su tutta la valle del Rio Nervi. Sempre sui versanti della valle si riconoscono i ruderi di numerose costruzioni, adibite soprattutto a stalle, e le antiche fasce che hanno dato il nome alla montagna stessa.
Sembra di essere in pieno appennino ed il mare dov’è? Lì ai nostri piedi! Sembra di poter toccare il piccolo porticciolo di Nervi, il Golfo Paradiso si mostra nella sua bellezza con tanti nuclei aggrappati al sottile confine tra le onde scintillanti ed i monti che paiono desiderarle da quanto velocemente vi si tuffano.
Superata un’emergenza rocciosa manca solo un’ultimo sforzo per la vetta. Ultimo ma non per questo poco impegnativo, anzi! La pendenza raggiunge il suo culmine nel tratto terminale. Con un po’ di fatica ecco raggiunti i poco eleganti ripetitori, tra questi quasi non si riconosce l’alta croce metallica posta nel 1900.
Lo sfregio estetico però viene velocemente dimenticato quando, ruotando a 360 gradi, ci si rende conto del panorama che ci circonda.
Una leggera foschia costiera ha preso piede durante la giornata per cui le Alpi Marittime sono appena visibili, discorso diverso per il massiccio del monte Rosa che si staglia in lontananza o per le Apuane innevate! Genova si mostra in tutta la sue bellezza, l’Antola, l’Aiona e innumerevoli altre vette appenniniche illuminate dagli ultimi raggi del sole non sono da meno! Oh quanti tramonti ho assaporato da questa cima, se non lo avete mai fatto… Fatelo perchè non lo si può dimenticare!
Alla festa però manca ancora un’invitata… Si fa un po’ desiderare come ogni star ma mentre il crepuscolo avanza eccola là verso sud: la Corsica!
Tutte queste eomozioni, e molte altre, sono proprio lì alla portata di chiunque voglia lasciarsi alle spalle il caos cittadino!
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Tramonto Genova  Crinale Fasce  Pieghe

Al Rifugio Sella da Valnontey, il classico

Se si trascorre una vacanza a Cogne, la gita che non può mancare è salire al Rifugio Sella!
Ricordo ancora quando mi ci hanno portato per la prima volta: con le mie gambette da bambino la salita sembrava non finire mai ma ho ancora vivido il ricordo della bellezza della giornata…
La ValnonteyPerchè quest’escursione è così famosa? Diciamo che lo sforzo è ampiamente ripagato dal panorama sul massiccio del Gran Paradiso e, soprattutto, dagli incontri frequenti con la flora e la fauna del Parco.
Quest’estate sono ritornato con Marta e vorrei raccontarvi com’è andata!
Da Valnontey passiamo accanto al Giardino Botanico Paradisia, consiglio la visita a chi volesse fare un primo incontro con numerose specie vegetali tipiche dell’ambiente alpino, ed imbocchiamo il sentiero. In questo primo tratto ricordo molti camosci quando ero venuto per un workshop fotografico primaverile qualche anno addietro. Durante la salita qualche marmotta si accorge della nostra presenza ed emette il classico fischio d’allarme ma c’è un suono decisamente più persistente: lo scroscio del torrente Grand Lauson!Ponte sul Gran Lauson
In concomitanza di un tornante si stacca un’evidente pista che in men che non si dica ci porta ai piedi di una cascata: il fragore è quasi assordante! Mentre contempliamo il balzo dell’acqua la nostra attenzione è colpita da quel che resta di un cranio di stambecco! Probabilmente l’acqua o una valanga invernale hanno trasportato sul greto quel che rimaneva del povero animale. I numerosi tornanti permettono di prendere quota velocemente, in breve superiamo il torrente su un comodo ponticello (siamo appena a monte della cascata vista all’inizio). L’ambiente cambia, sbuchiamo sui pascoli un tempo molto sfruttati (lo testimoniano numerosi ruderi di alpeggi come quello di Thoule) ma che oggi sono il palcoscenico ideale per vedere marmotte e camosci! Anche la flora si arricchisce di essenze: ai larici, sempre più sporadici, si aggiungono ginepri nani, rododendri ed una quantità di altre specie tipiche degli ambienti prativi!
Un tratto di sentiero è stato chiuso per il pericolo di frane per cui si riattraversa nuovamente il Gran Lauson presso un grande lastrone di roccia e ci si ricollega al vecchio tracciato.
Il panorama si apre sempre più. A nord sono in bella mostra le ex miniere di Colonna, qui si estraeva il manganese fino al 1979!
Verso sud la vista è appagata dalla serie di ghiacciai che scendono dalle cime che costituiscono lo spartiacque tra la Valnontey e la Valleile!
Cresta Valnontey ValeilleInizia la parte più tosta della salita, il sentiero sale a zig zag su una sorta di scalino naturale.
La pressione mi gioca un paio di leggeri scherzetti, qualche minimo giramento di testa, ma si prosegue! Durante le piccole pause si possono fare considerazioni geomorfologiche: su alcune vette permangono i ghiacciai (nonostante una sofferenza manifesta) come quello di Money, mentre su altre resta solo il loro ricordo come tra le Punte Fenilia e Valmiana dov’è evidente la consistente morena “aggrappata” a quello che un tempo era un circolo glaciale!
Manca poco, siamo in vista dell’Alpeggio Lauson :Conca del Rifugio Sella un manipolo di vecchie costruzioni, alcune restaurate, che sembrano uscite da un presepe con i ghiacciai come fondale… Bellissimo!
D’improvviso riconosco la sagoma del rifugio… Siamo arrivati!
L’aria è decisamente frizzante, ci troviamo a 2579m, ci vuole una felpa! Guadagniamo la cima di una sorta di colletta da cui si gode pienamente la conca in cui è situato il rifugio, paesaggisticamente è una gioia per gli occhi: in testa alla valle si staglia il Colle del Lauson (3296m), la Punta dell’Inferno (3393m) e la Punta Rossa (3630m).Camoscio
Alle nostre spalle, anticipato dal concerto di campanacci, giunge un enorme gregge di pecore capre che si dispone sulla linea del crinale creando una sorta di muraglia tenuta a bada dal pastore e dal suo compagno canino: una scena che profuma di passato!
Non siamo riusciti ancora a vedere animali ma il nostro pranzo diventa un’esca involontaria per un Gracchio Alpino (Pyrrhocorax graculus), corvide tipico degli ambienti alpini ricchi di costoni rocciosi, che spavaldo viene fin quasi ai nostri piedi per “elemosinare” cibo. Non si dovrebbe fare ma un pezzetto di panino glielo allunghiamo, lui lo prende e vola a mangiarlo in sicurezza sul tetto del rifugio!
Proviamo ad arrivare al Laghetto del Lauson ma temiamo di non fare a tempo a rientrare con la luce, dal rifugio dista solo una mezz’oretta di cammino ma ci aspettano almeno due ore per rientrare a Valnontey, così ci gustiamo un bel thè prima di iniziare la discesa.
Si alza un vento molto forte che solleva la polvere del sentiero creando dei veri e propri turbini!
Forse perchè cala la sera, forse perchè ci sono molte meno persone che a salire, o chissà per quale motivo ma è un continuo fermarci ad osservare animali! Come se avessimo accumulato un credito che deve essere saldato!
Tante sono le marmotte che incontriamo, l’estate sta finendo (per citare una famosa canzone) per cui sono belle paffute e non possono far altro che ispirare una risata mentre le si guarda muovere alla ricerca di cibo!
Per concludere facciamo anche l’incontro con un camoscio che, noncurante della nostra presenza, pascola sul prato…
La giornata non poteva concludersi meglio!

Verso i Laghi del Lauson  Alpeggio Lauson  Gran Lauson

Ho visto il Paradiso dall’Alpe Money

“Vai all’Alpe Money, è un posto bellissimo!”
Così mi suggeriva mio papà mentre ero in procinto di partire per la vacanza a Valnontey con Marta…
Valnontey, Parco Nazionale del Gran Paradiso.
Appena usciti dall’albergo decidiamo di scattare qualche foto ai verdi pascoli prima di partire per la gita. La vallata è ancora immersa nella fredda ombra del mattino. Qualche campanaccio suona, il torrente rumoreggia ed una marmotta, come ogni mattina, segnala alle proprie compagne la presenza di visitatori.  D’improvviso un fruscio sempre più forte rompe il concerto di suoni. Nel tentativo di attraversare i pascoli siamo finiti in una trappola d’acqua: due annaffiatoi automatici stanno per incrociare i loro getti… Proprio su di noi!
Non c’è altra soluzione se non correre nella speranza di non ricevere una doccia gelata, ma il tentativo ci riesce solo in parte!
Pazienza, chi dice che “sposa bagnata, sposa fortunata” non possa valere anche per gli escursionisti?
Ci rimettiamo in movimento con il sole che stenta ancora a farsi vedere giocando a nascondino con le cime delle montagne. Ma proprio mentre risaliamo la Valnontey (qui le indicazioni) una specie di rombo attira la mia attenzione. Subito immagino sia un tuono ma il cielo è terso! Pochi secondi e la mente vola ad una frana ma girandomi intorno non vedo nulla… Sconsolato guardo davanti a me per riprendere il cammino ed ecco capito tutto:
dalle pareti della Becca di Gay, proprio dietro il Bivacco Stefano Borghi, si leva una grande nube di polvere! Deve esserci stato un crollo importante!
Il bivio per l’Alpe Money è all’altezza della confluenza tra il Gran Vallon ed il Valnontey.
Il sentiero sale in maniera più che decisa dapprima tra gli arbusti e subito dopo tra i larici. Non sapevamo che, visto il nostro modesto allenamento, sarebbe stato l’inizio di una salita “memorabile”! Si sale costantemente tra continui tornanti e solo di rado la vegetazione  permette di avere un’anteprima di cosa potremo vedere salendo ancora. Poco oltre i 2000 d’improvviso il lariceto si dirada e, dopo aver superato una cengia su roccia attrezzata, ci ritroviamo su uno stretto terrazzo che spazia sui ghiacciai del Gran Paradiso e sul fondovalle.
Il sole è già arrivato ad illuminare le parti culminanti delle montagne ed il bianco splendente della neve contrasta con l’oscurità in cui è ancora immerso il fondo della vallata. Neanche il tempo di assaporare così tanta bellezza che la salita riprende, meno forte di prima ma comunque decisa. La mappa, evidentemente troppo semplicistica, indica una scalata che sulla carta appare breve ma che in realtà ci sembra infinita. Nonostante la bellezza del posto, più di una volta siam sul limite di gettare la spugna. La mente può giocarti brutti scherzi quando, complice lo sforzo fisico, è assalita dalla frustrazione di un’attesa senza fine. Ci facciamo coraggio a suon di “ancora un tornante e poi ci fermiamo” fino a quando, finalmente, il sentiero svolta dietro ad uno sperone roccioso: la cengia che tanto aspettavamo! Siamo a quota  2300 e da qui in poi sarà pressochè una passeggiata.
Valontey   Versp Alpe Money   Prateria
Rimango senza fiato ma non c’entra niente la salita. Ciò che vedo è di una bellezza commovente: siamo infine sul gradino glaciale sovrastato, come una cornice, dai ghiacciai che corrono dal Roccia Viva all’Herbetet passando per la Testa di Valnontey e la Tribolazione.
Le marmotte fischiano, la fame si fa sentire così ci fermiamo su una roccia per gustare il pranzo. Nessun ristorante potrà mai offrie una sala del genere!
Una volta rinfocillati è tempo di ripartire e da qui in poi i miei occhi brilleranno come quelli di un bambino!
Questo tratto di percorso, estremamente aereo e panoramico, attraversa la Conca Costaleina solcata da numerosi ruscelli che scendono dalle cime circostanti in un ambiente di tipica prateria alpina interrotta solo da vere foreste di salici arbustivi che seguono l’andamento dei piccoli corsi d’acqua. Tralasciando la deviazione per il Bivacco Money, in corrispondenza di un banco di gneiss gradinati passiamo accanto ad una zona umida (evidentemente quest’area pressocchè piana permette alle acque di disperdersi) in cui, nonostante la stagione avanzata, resistono ancora alcuni Eriofori.
L’Alpe Money (2325m) è poco distante, e così la raggiungiamo. Il luogo è un vero e proprio inno all’ambiente alpino!
Il massiccio del Gran Paradiso si staglia imponente di fronte a noi con vedute spettacolari sui ghiacciai: il Ghiacciaio del Roccia Viva scende come una colata alla nostra sinistra mentre alla destra quello della Tribolazione sembra la cristallizzazione di una cascata!
Ghiacciaio Roccia Viva   Alpe Money   Ghiacciaio della Tribolazione
Tutto immerso nel solo fruscio dei piccoli torrentelli e delle cascate che da qui precipitano pe centinaia di metri nella valle sottostante. La stessa fusione del ghiaccio crea rivoli d’argento illuminati dal sole… Il ghiaccio riflette, l’acqua scintilla mentre il cielo blu cobalto si staglia sui pascoli ingialliti dall’avanzare della stagione!
Sì, sono in paradiso. Non saprei come descrivere in maniera diversa questo luogo!
E’ possibile proseguire da qui e, con un anello, completare il giro della Valnontey ma noi preferiamo tornare indietro sui nostri passi. Poco prima di intraprendere la vera discesa, la natura ci offre un ultimo regalo: una coppia di Gipeti sfila sotto ai nostri occhi… Stiamo volando ancora più in alto di loro!
Il rientro non è semplice, il sole ci ha letteralmente cotti e le gambe sono oramai stremate.
Riusciamo ad essere in albergo giusto in tempo per la meritata doccia e si corre a riempirci lo stomaco con le prelibatezze locali.
Gli occhi ed il cuore invece son già stati ampiamente pervasi di bellezza ed emozioni durante questa giornata. Anche la parte iniziale la vedo con un’ottica diversa:  sicuramente abbiamo pagato il non conoscere il sentiero che ci ha forse fatto vivere con l’ansia di arrivare al termine della salita ma questo non ha fatto altro che aumentare lo stupore una volta superata.
Dopotutto il paradiso va conquistato… E voi cosa aspettate ad andare a prenderlo? Io il mio credo proprio di averlo trovato!
16_testa-di-valnontey    Gneiss scalinati   Testa di Valnontey

Risalendo la Valnontey

Cogne, Valnontey, Gran Paradiso… Se penso alla vera montagna la mia mente vola a questi luoghi fin da quando, ancora bambino, vidi per la prima volta i maestosi ghiacciai alpini durante Valnonteyuna vacanza estiva in questa porzione di Alpi.
Fu subito amore.

Ma alcuni amori si sa, hanno vicende travagliate e capita che non ci si possa incontrare per anni. Così è stato fino a quest’esate quando, insieme a Marta, son potuto ritornare a Valnontey, una delle più note perle del Parco Nazionale del Gran Paradiso.
Valnontey (1666m) è un piccolo villaggio posto a metà di un ramo secondario della Valle di Cogne che prende il suo nome: la Valnontey.
Pra SuppiazIl paese è adagiato in riva al torrente omonimo che scende dal massiccio del Gran Paradiso, maestosa scenografia che domina il panorama della vallatta. Da qui inizia un dedalo di sentieri che si arrampicano sui ripidi versanti verso mete d’alta quota (un classico è l’escursione al Rifugio Sella).
Per chi fosse meno avezzo alla fatica le opportunità sono comunque molteplici.
Ai margini del paese si può visitare il Giardino botanico Paradisia: un gardino di 10.000m2 finalizzato al far conoscere e valorizzare, attraverso le oltre 1000 specie presenti, la flora alpina.
Ma ciò di cui voglio parlarvi oggi è un percorso alla portata di tutti ed in grado di farci scoprire le meraviglie del Parco.
Attraversiamo il ponte ed imbrocchiamo lo sterrato che in piano costeggia il corso d’acqua (da tenere alla nostra sinistra), passa accanto ad un agriturismo ed in breve ci conduce in un’ampia area prativa. Agli occhi attenti non sfuggirà che l’ambiente non è quello tipico dei pascoli circostanti, infatti siamo dinnanzi ad una torbiera: la torbiera di Pra Suppiaz!
In alcuni rigagnoli non sarà difficile osservare le trote che, come schegge, risalgono la corrente ma mi raccomando, la torbiera è un ambiente estremamente delicato che ospita una flora caratteristica per cui muoviamoci con il massimo rispetto.
Dopo averci lasciato alle spalle anche l’Alpeggio Pra Suppiaz attraversiamo il torrente e
23_ponte-derfaulets giungiamo al Valmiana: nucleo di case che ben rappresenta l’antica architettura locale con le costruzioni unicamente in legno e pietra!
Il sentiro, quasi in falso piano, si addentra nella valle cammiando appena sopra il Valnontey mentre ormai regna solo il suono del torrente e degli uccelli del bosco. In prossimità dell’incrocio per il Bivacco Money la vista si apre completamente verso la testa della valle e sulla bella cascata incisa nella roccia dal Gran Vallon. In breve raggiungiamo il Ponte dell’Erfaulet (1830m) che ci regala un bel colpo d’occhio sia guardando a valle che a monte. Ma è in alto che dobbiamo guardare se vogliamo cogliere la magia di questo posto, non sarà difficile scorgere più o meno distante il volo del Gipeto (Gypaetus barbatus): l’avvoltoio più grande d’Europa estinto durante il secolo passato ma che a seguito di reintorduzioni negli anni ’90 è in ripresa sull’arco alpino e nidifica stabilmente in quest’area del Parco. Se l’uccello dovesse mancare all’appuntamento potrete sempre rifarvi con il Ghiacciaio della Tribolazione che incombe sulle nostre teste come una cascata di ghiaccio!
30_testa-valnonteyAncora prima di attraversare il ponte consiglio di raggiungere la Fonte dell’Erfaulet (10 minuti), qui la natura saprà nuovamente stupirvi perchè vi ritroverete davanti un vero e proprio torrente che sbuca al piede di un’immensa pietraia!
Superando il ponte, invece, rientriamo nel bosco fino a che, dopo aver oltrepassato un enorme masso erratico, non si leva il sipario di larici e va in scena la bellezza.
Siamo in un luogo quasi primordiale modellato dall’acqua e dal ghiaccio: l’anfiteatro glaciale del Gran Paradiso chiude le pareti pressochè verticali di questo ultimo tratto di valle, pareti dalle quali discendono numerose cascate!
Volendo proseguire si potrà raggiungere i Casolari dell’Herbetet (2441m) ma diventa già una camminata per più esperti. A questo punto il rientro può avvenire sullo stesso percorso oppure appena superata Valmiana proseguendo dritti incontreremo prima il Casolare di David, quasi incastonato tra due massi, e poi il campeggio distante pochi minuti da Valnontey.

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Massiccio Gran Paradiso

L’Anello di Frassineto, Valbrevenna

Frassineto è un paesino della Valbrevenna situato ad 819m di altitudine. Il nome deriva dall’albero di Frassino che non molto tempo fa veniva utilizzato per molteplici usi in Frassinetoquell’economia di sussistenza che governava le nostre vallate appenniniche.
Il borgo, posto in posizione assai panoramica, merita di esser visitato anche solo per le sue viuzze in cui si respira ancora l’aria di quel passato a cui facevo riferimento sopra.
Ma soprattutto è punto focale di una facile e bella escursione ad anello adatta un po’ a tutti che ci farà viaggiare tra storia e panorami.
La partenza (nonchè l’arrivo) è appena fuori dal paese presso la Chiesa della Madonna Nera. Proprio da qui è evidente una sorta di sterrato che risale il crinale e che in breve ci conduce tra antiche aree coltivate. Cappella della BancaPer i più golosi non sarà facile resistere alla tentazione di cogliere una delle tante mele, ormai inselvatichite, o susine offerte dagli alberi che strenuamente sbucano dalla coltre di rovi e liane sempre più opprimenti. Attraverso una specie di tunnel di vegetazione, con calma e senza fatica giungiamo al Passo della Banca. Dal valico, un tempo di grande passaggio, la visuale è di ampio respiro e spazia dalla Costa Suia e relativi paesi ai monti Figne e Tobbio, da Montoggio al monte Banca. Quest’ultimo dà il nome non solo al passo ma anche alla piccola Cappellina fondata nel 1906 e dedicata alla Madonna di Loreto. L’escursione potrebbe anche terminare qui e la vista ne sarebbe già ampiamente ripagata. Noi, invece, proseguiamo sul sentiero che inizia alle spalle della piccola costruzione fino ad un incrocio (usiamo un cumulo di sassi marcati dal segnavia doppio quadrato giallo come riferimento): Montoggio e monte Bancaa destra per scalare il monte della Croce, a sinistra per evitarlo. Scegliamo la prima opzione. Dopo una salita su pista abbastanza evidente nonostante l’erba alta, giungiamo in vetta (961m). La Valbrevenna si adagia ai nostri piedi mettendo in mostra i suoi gioielli: il fondovalle, Clavarezza, Porcile e Pareto, o Chiappa sovrastata dall’Antola. Dall’altro lato vediamo da Montoggio al mare! Ritornando sui nostri passi fino al bivio, svoltiamo alla nostra destra imboccando un nuovo sentiero. Non siamo più su assolati pascoli bensì in un bosco, ed un bosco nasconde sempre sorprese per chi sa cercarle. In prossimità di un muretto a secco si nota, sul lato sinistro del sentiero, un passaggio che si addentra tra i noccioli. Verso Cappella del GrisùPochi metri ed i ruderi di un’antica casa fanno la loro comparsa. Il complesso in realtà è costituito anche da una vecchia cisterna dell’acqua e da una costruzione di cui restano solo alcuni muri portanti. Ben più “affascinante” è la casa, scorgendone all’interno due camere da letto con ancora alcuni suppellettili fanno viaggiare la mente ai tempi in cui queste stanze erano vissute quotidianamente. Riprendiamo la mulattiera che ci porterebbe verso il paese di Piani. Improvvisamente il bosco si apre e ci regala un colpo d’occhio su un’antica costruzione e la Cappella del Grisù. Attenzione: da qui in avanti il sentiero non è altro che una pista appena accennata! Svoltiamo verso la costruzione che un tempo ospitava una trattoria. Poco distante ecco la Cappella del Grisù, piccola edicola votiva un tempo anch’essa circondata da un ampio panorama ed oggi minacciata dai soliti infestanti. L’ultimo tratto è quasi avventuroso: antichi prati su cui si sta impiantando la vegetazione arbustiva, preludio di un futuro bosco. Devo ammetterlo, l’anello in realtà ci mostra come l’abbandono stia cancellando i ricordi neanche troppo distanti nel tempo ma, se curato un poco di più nel tratto terminale, potrebbe essere una valida passeggiata da proporre anche solo ai villeggianti estivi.
Per vedere la videogita clicca qui.

Cappella del Banca Monte Banca Casa Abbandonata

Toccata e fuga al Lago di Dres, Ceresole Reale

Ci sono quelle escursioni che per un qualche motivo non riesci mai a completare fino in fondo. Una di queste “bestie nere” per me è il Lago di Dres. Ma andiamo con ordine.Ceresole Reale e Punta Basei Pecceta
Primo mattino a Ceresole Reale (1620m), il cielo è pressochè sereno. Già l’anno scorso siam saliti al Dres ma complici la nebbia ed i miei problemi di pressione, abbiamo preferito scendere senza esplorare molto l’area… Questa potrebbe essere la giornata giusta!
Oltrepassata la diga, dopo qualche centinaia di metri si stacca sulla sinistra il nostro sentiero… Gambe in spalla!
Proprio queste ultime vengono subito messe alla prova: si sale neanche tanto dolcemente in un bosco di Larice (Larx decidua) ed abeti. Il fondo è costituito da una coperta continua di aghi secchi da cui ogni tanto emergono, come delle collinette alte anche un metro, i formicai della Formica rossa (Formica rufa). Giungiamo al ponte sul Rio del Dres, emissario del lago omonimo e che poco a valle da qui crea una spettacolare cascata.
La meraviglia di camminare nella foresta di conifere è talmente tanta da non far pensare alla salita che in questo tratto è abbastanza impegnativa (nulla di estremo comunque). Credo che questo sia il bosco più bello in cui mi sia trovato. D’improvviso ci accorgiamo che il suono dei nostri passi è cambiato: camminiamo sulla neve!
Eravamo stati avvisati che probabilmente dai 1900 metri avremmo iniziato a trovare la neve, la predizione è stata precisa quasi al metro ma poco male, per ora è solo a sparute chiazze che convivono con piccoli stagni temporanei dovuti al disgelo.
Loslà, da qui il percorso diventa pianeggiante e si apre decisamente. Compaiono anche le prime fioriture di Pulsatilla alpina e di Croco.
Ricordo ancora quando la scorsa estate Marta ad occhi chiusi, come in un appuntamento al buio con la bellezza, mi ha condotto oltre la spalla di roccia per godere del mio stupore. Purtroppo allora le cime erano avvolte di nubi ma oggi non mi potranno fregare! Ed infatti arrivato in prossimità delle torbiere la mia bocca si spalanca tanto quanto gli occhi…  Tre Levanne e torbiereLa torbiera solcata dal ruscello è come una tavola color paglia d’inverno che corre fino a quando lo sguardo si infrange sulle pareti delle Levanne! Le tre superbe signore cariche di neve dominano il paesaggio dai loro oltre 3500 mentri! C’è da rimanere senza parole!
Le torbiere son ambienti “effimeri”, una fase di transizione tra uno specchio d’acqua ed un prato. Se ne possono trovare molte sulle Alpi ma non per questo devono essere rovinate, anzi! Sono ambienti unici dal punto di vista faunistico (popolate ed esempio da batteri anaerobi produttori di ammoniaca ed idrocarburi) e floristico (piante carnivoe o Eriofori) con specie adattate a vivere in un ambiente così povero di nutrimenti ed acido. In esse la materia organica si deposita senza esser decomposta e questo permette ai ricercatori di effettuare importanti ricerche sul passato!
Nonostante il disgelo (siamo comunque a fine maggio) presso l’Alpe Foppa la copertura nevosa è diventata pressochè completa e ci rallenta molto ma in prossimità dell’enorme macigno eccoci in vista del lago. Lo specchio d’acqua, sovrastato dal Corno Bianco (2883m) è quasi del tutto ancora coperto dal ghiaccio (qui in veste estiva). Ci fermiamo per il pranzo al margine della conca, tra un morso e l’altro c’è tempo per individuare le varie cime che ci circondano tra cui spiccano: il Mare Percia (3385m), la Cima di Courmaon (3162m) ed il Gran Paradiso (4061m).
Il tempo in montagna muta velocemente, ed in un batti baleno si rannuvola decisamente. Decido però di arrivare solo fino alla sponda del lago (2087m) per segnare quello che un amante del calcio chiamrebbere “il gol della bandiera”! Il cielo è nero ed il temporale sembra dietro l’angolo. Si torna indietro!
Ancora una volta caro il mio Dres l’hai vinta tu… Ma tornerò! Sì, tornerò!
Conca del Dres

A caccia di stambecchi, Chiapili Superiore

Ceresole Reale (1620 m), Valle Orco. Versante piemontese del Parco Nazionale del Gran Paradiso.
Chiapili SuperioreSuona la sveglia, ancora un po’ barcollante dal sonno apro la finestra. Mentre l’aria passa dall’avere l’odore di legno tipico di uno chalet alpino a quello frizzante del mattino si stagliano davanti a me le montagne ancora bianche di neve ed un cielo blu cobalto.
Sembra non esserci giornata migliore per levarci lo sfizio di vedere finalmente gli stambecchi!
Nonostante entrambi abbiamo viaggiato per Alpi, Marta molto più di me a dire il vero, nessuno dei due è riuscito ad immortalarne uno e colmare questa mancanza è proprio uno degli obiettivi che ci siamo preposti per la vacanza. La titolare dell’albergo ci suggerisce di andare fino alla frazione di Chiapili di Sopra dove è facile avvistarne a branchi in questa stagione. Già perchè nonostante sia la fine di maggio, qui la natura ha dei ritmi molto diversi dalla nostra Liguria: resiste ancora molta neve in alto e quindi gli animali si tengono ben più bassi del solito per trovare sostentamento nell’erbetta che molto timidamente inizia ad uscire! Ma ormai il disgelo è iniziato: cascatelle qua e là, addirittura assistiamo in diretta ad una valaga che cade dalle pareti della lontana Punta Basei!Stambecco
Seguiamo la bella passeggiata che circonda il lago (in buona parte ancora asciutto dopo lo svuotamento di questo inverno) ed in poco siamo in località Villa, qui imbocchiamo la strada che risale il corso dell’Orco. Appena superato il campeggio, in prossimità di uno spiazzo, è possibile ammirare le marmitte dei giganti: l’acqua verde gorgoglia senza sosta creando forme uniche nella roccia viva!
Chiappili SuperioreDopo un paio di curve eccoci arrivare a Chiapili Inferiore (1667m), una manciata di case con piccola pista da sci. Poco dietro al paese, ai piedi delle alte pareti di roccia, c’è una radura che regala sempre soddisfazioni faunistiche tanto che riusciamo a vedere il primo camoscio della vacanza. Tempo di fare scorta di cibo che siamo nuovamente in marcia.
Si sale più decisi, superata una curva ci si para davanto lo spettacolo: Chiapili Superiore (1886) circondato da verdi pascoli ed alle sue spalle l’imponente mole della Punta Basei! Uno scroscio continuo attira la mia attenzione, è la cascata del Rio della Percia!
Ancor prima di accorgermene Marta mi indica un punto nel prato tra le case… Uno stambecco!
Lentamente ci avviciniamo per immortalare la scena che sembra quasi una cartolina, ma subito ci accorgiamo che il nostro nuovo amico non ha alcun timore di noi anzi sembra volersi quasi mettere in posa!16052407CHISUP 34_Stambecco
Guadagniamo un’altura nelle vicinanze e pranziamo tra i ruderi di antichi alpeggi. Non perdiamo di vista i prati su cui appaiono sempre più stambecchi ma anche le marmotte ed i camosci ci tengono a far sapere che ci sono!
Proviamo ad avvicinarci per fare altre foto, siamo nel giardino di una villetta… Noi due ed un branco di almeno dieci stambecchi! E tra tutti i più estereffati siamo proprio io e Marta!
C’è anche un individuo dal corno storto, forse per colpa di un trauma? Non lo sappiamo ma non possiamo altro che simpatizzare per questo bizzarro animale!
E’ presto quindi saliamo ancora e nonostante sbuchino stambecchi da ogni parte è sempre un’emozione incontrare lo sguardo di questi maestosi signori della montagna.
Ad aumentare l’euforia ci pensa una coppia di marmotte che non fa altro che azzuffarsi all’uscita di una tana appena sotto il ciglio della strada!
Ma la bellezza è tutta intorno a noi, la valle va a restringersi sempre più verso il luogo simbolo della bellezza di queste aree: il Colle del Nivolet. Non abbiamo tempo di salire ancora e così ci sediamo ad ammirare il Vallone del Carro con la tipica conformazione ad U, ricordo del tempo in cui i ghiacciai discendevano queste vallate alpine!
Ripercorrendo i loro passi torniamo a Chiapili Inferiore dove ci attende un po’ di relax su un tavolo letteralmente lambito dalle acque del torrente! Una giornata che più alpina di così non poteva proprio essere!
35_Verso Serrù 16052411CHISUP Pascolo

Tecosa, Val Pentemina

Sapevo della sua esitenza ma a differenza di Riola non ero ancora riuscito a vederla.
Poi un giorno, gironzolando intorno alla cima del monte Spigo, mi apparve: Tecosa.
Fu allora che decisi di raggiungere questo piccolo aggregato di case in testa al Fosso di Riola, un ramo laterale della Val Pentemina.  Tecosa Tecosa
Cercando in rete (www.paesiabbandonati.it) trovai finalmente il sentiero che mi ci avrebbe condotto: l’antica mulattiera che oggi è poco meno di una pista nel bosco. Partendo dal Passo di Pentema, in prossimità dello spiazzo per il parcheggio, si doveva scendere dritti nella massima pendenza e, tra spazzatura varia lasciata dai soliti incivili, procedere fino ad un bivio indicato allora da una sorta di intaglio su un albero. A sinistra per Tecosa, dritto per Riola. E così arrivai, feci questo video e non ci tornai fino ad un mesetto addietro.
Le cose in questo lasso di tempo sono cambiate, a cominciare dal sentiero sempre più interrotto da alberi caduti. Inoltre le piene di questi anni hanno reso molto meno agevole il guado del ruscello che si incontra poco prima del paese.
A darci il benvenuto a Tecosa c’è una piccola fonte captata. Il nucleo abitativo è costituito da una decina di edifici, la maggior parte inesorabilmente crollati, adagiati sul pendio.
Qui non c’erano solo case contadine, c’è infatti una casa con una sorta di spiazzo coperto di detriti da cui però spunta una ringhiera lavorata!
TecosaLa costruzione che regala sicuramente più soddisfazioni è quella a tre piani, ancora quasi del tutto intatta esternamente! Ovviamente non si può entrare ai piani alti, i pavimenti ed i soffitti di castagno sono quasi tutti marci ma si può osservare l’interno sbirciando da porte e finestre. Si  può, invece con le dovute cautele e rimanendovi il minor tempo possibile, entrare nella stalla al piano terra per un particolare insolito: un doppio arco a tutto sesto!
Su questo edificio è anche possibile rintracciare i resti degli isolatori per la corrente elettrica.
Ancora interessante è un fienile con all’interno una madia (cassa per la farina) ed un vallo (ventilabro in italiano), macchinario per eliminare impurità dal grano.
Infine si può scendere verso una delle ultime case del paese che mantiene ancora un bel colore rosso appena sbiadito dal tempo con uno scorcio incantevole su una cucina ed il runfò con ancora del pentolame sopra.
A proposito di oggetti, spersi per il paese si possono ancora vedere pentolami varii e secchi di latta che resistono al tempo.
Come detto ad inizio, la situazione è abbastanza peggiorata dall’ultima visita che vi ho fatto. Il bosco con le liane ed i rovi stanno prendendo il sopravvento, aggiungiamo i crolli ed il danno è fatto. Chi vorrà avventurarsi potrà godere di questo piccolo avamposto.
Purtroppo la domanda da farsi è… Per quanto? Temo non moltissimo, Tecosa sta cedendo.

Interno Cucina 39_Madia
Tecosa Fienile Interno Interno