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Costapianella, Val Pentemina

La primavera ha appena iniziato a “fare sul serio”. Gli alberi da frutta sono carichi di fiori, l’erba sui prati è di un verde quasi fluorescente mentre il nostro scooter si inerpica lungo la strada che da Bromia risale la Val Pentemina. L’asfalto finisce molto presto, appena dopo il Ponte Nero, da qui sarà sterrato per almeno un paio km. Un solo aggettivo si addice a questo luogo: selvaggio.
Tra noi ed il torrente Pentemina nessuna protezione, solo un salto di un centianio di metri!
La strada torna asfaltata, superiamo il bivio per l’agglomerato di nuclei che compongono il Rione di Carsegli e proseguiamo verso Pentema.CostapianellaCappella San Rocco
D’improvviso, presso un piccolo spiazzo ecco il cartello che indica l’inizio del sentiero per la nostra meta: Costapianella!
In circa 20 minuti la vecchia mulattiera, circondata da alcuni castagni secolari, sale finchè  un bagliore chiaro si staglia tra le foglie: la cappella di San Rocco.
L’edificio è stato recentemente restaurato dalle persone che un tempo vivevano nel paese, seppur magari solo nel periodo estivo, perchè sul prato antistante veniva allestita una festa con balli e canti nel giorno dedicato al santo!
Dobbiamo ringraziare il desiderio di mantenere il ricordo di quei giorni se la cappella versa in ottime condizoni!
La mulattiera prosegue seguendo la linea del crinale, in questo tratto pianeggiante, passando prima accanto al vecchio trogolo e poi insinuandosi tra le case.
Purtroppo, come spesso accade, le stanze sono spoglie di qualsiasi arredo ed è evidente la frequentazione da parte di squadre di softair: ci son pallini ovunque! Non capirò mai la mania di andare a distruggere questi luoghi
CostapianellaCostapianellaLe case della parte più bassa hanno i segni di un utilizzo (e cura) più recente nel tempo: l’intonaco è “fresco” e paiono rinforzate in cemento armato!
Addirittura un edificio ha ancora le impalcature esterne, probabilmente i proprietari avevano iniziato qualche lavoro che però è stato lasciato a metà!
In presenza di un secondo piccolo trogolo, ancora funzionante fino alla recente alluvione del 2014, la via si biforca.  Qui è chiaro motivo del nome dato al paese: siam su una sorta di terrazzo naturale… Tutto intorno a noi i ripidi versanti del monte Penzo (raggiungibile seguendo la mulattiera le cui condizioni però non abbiam verificato)!
In testa al paese, muovendovisi con estrema attenzione, ci son gli edifici che regalano gli spunti più interessanti: le murature interne sono in pietra ed addirittura in uno è possibile osservare un piccolo runfò (antica cucina) avvolto nell’oscurità data da una tenda naturale di edera che ricopre la finestra! Purtroppo la strada in condizioni non proprio agevoli e la quasi assenza di possibilità parcheggiare la macchina, se non in modo “creativo” nell’unico slargo nelle vicinanze, possono essere un disincentivo a visitare Costapianella.
Al netto delle scomodità, però, vale assolutamente la pena di esplorarla per il fascino che ancora ha! Le fatiche saranno ampiamente ripagate!
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Costapianella Costapianella Costapianella
Interno Interno Interno

Pian dei Curli, Val Brevenna

L’anno scorso quando, percorrendo il sentiero per il monte Buio, vidi Pian dei Curli mi ripromisi di andarlo a vedere nella stagione più adatta.
Allora era fine maggio… Troppo tardi per un paese abbandonato! Casareggio
Quest’anno siam stati più previdenti e così, una mattinata di metà aprile, io e Marta abbiam deciso di andare ad esplorare il piccolo manipolo di costruzioni.
Risaliamo la Val Brevenna fino a Casareggio, piccolo paese ai piedi del Buio.
Proprio in presenza di un antico trogolo, ancora perfettamente funzionante, un cartello indica l’attacco del sentiero. Bisogna fare un plauso a chi si è messo di buona lena a risegnalare la via sia per Pian dei Curli che per Tassaie…
(In presenza di un bivio un cartello indica quale direzione seguire per quest’ultima, noi dobbiamo prendere l’altra)
Un volontario che a noi è anonimo ma non per questo meno meritevole di lodi!
La vecchia mulattiera che collegava i paesi è ancora in buone condizioni e sale, abbastanza dolcemente, tra le antiche fasce. Non appena ci siam allontanati un pochino ecco che appare, come in una visione aerea, tutto Casareggio disteso sul fianco della montagna e lassù l’Antola coperto da una tardiva spruzzata di neve. Pian dei Curli
Un muro a secco dalle pietre estremamente grandi colpisce la nostra attenzione: è in perfetto stato e pare proprio un monumento alla fatica che si faceva quotidianamente in questo spicchio d’entroterra!Cucina
Non appena svalichiamo, complice l’assenza di fogliame, ci appare dall’altro lato della valletta Pian dei Curli!
Percorriamo il tratto di sentiero che rimane con molta attenzione: siam nel bosco pieno e le zecche hanno già iniziato a risvegliarsi…
Nell’ultimo mese è piovuto molto, ogni ruscello, persino il più piccolo, è carico d’acqua.
Ci fermiamo a contemplarne il canto in presenza di una loro confluenza! Le cascatelle scendono dalla montagna scroscianti e sembrano quasi rallegrarsi che la siccità sia ormai un ricordo dello scorso anno!
Appena oltre questo punto ecco la prima casa del paese! Non è che un rudere purtroppo…
Il borgo ha un suo “centro” gravitazionale ne vecchio trogolo, datato con un iscrizione del 1926.
E già sorgono i dubbi che ci accompagneranno per il resto della visita: pare che qualcuno lo frequenti di recente perchè le viuzze interne sono pulite ma quello che ci coglie maggiormente di sopresa è la quantità di oggetti sparsi per esse. Non solo, sono evidenti i segni di fuochi recenti!
Addirittura in un vicolo è possibile trovare una grande pila di vecchi vestiti buttati lì a prendere intemperie… Tralasciando il lato “sinistro” di questo ritrovamento la nostra paura è che possano subire il destino del fuoco! Un vero peccato.
L’edificio più interessante è sicuramente quello con un grande seccatoio esterno (anche qui abbiamo una data: 1952 anche se non sappiamo bene a cosa faccia riferiemento). Vi si riesce ad entrare [FARE SEMPRE ATTENZIONE] con qualche accorgimento, l’unica stanza visitabile è la vecchia cucina con ancora il runfò, la stufa di ghisa ed il lavandino di marmo, propri come si usava un tempo!
Come già detto il nucleo è molto piccolo e tutto sommato c’è poco da vedere ma merita senz’altro una visita soprattutto per la facilità con cui lo si può raggiungere!
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Pian dei Curli        62_InternoF 34_Sedia

Da Bavastrelli all’Antola in una mattinata di neve

Dopo anni finalmente l’inverno ha deciso di fare sul serio. Numerosi episodi di freddo e neve si son susseguiti nel nostro Appennino.Bavastrelli
Caso vuole che in uno di questi io fossi in ferie dal lavoro…
Mattina presto, durante la notte è caduta la neve molto vicina alla costa. Appena uscito dal portone di casa l’aria frizzante mi avvolge e come se nulla fosse volto lo sguardo verso i Forti. Lo faccio sempre, forse è un’innato desiderio di “fuggire” dal panorama cittadino ma quest’oggi c’è una novità: il Forte Sperone, i prati e boschi sottostanti sono coperti da un leggero velo di neve!
Salgo sulla corriera e mi sembra proprio di fare un viaggio nel mondo delle fiabe… I rami degli alberi sono coperti di neve fin da Prato. Più saliamo, più tutto sembra passare dalla farina color violaceo nelle parti in ombra, alla polvere di diamanti man mano che il sole regala i propri raggi!
Cambio a Torriglia e, con un piccolo corrierino, parto verso la Val Brugneto.
La simpatica conducente mi manifesta tutta l’invidia nel poter andare a godere lo spettacolo di giornata che si preannuncia… Io ricambio il sentimento per poter viaggiare tra questi monti quotidianamente.
Bavastrelli, qui le nostre chiacchiere si interrompono. Un saluto, zaino in spalla e via!
Bavastrelli e la Val BrugnetoMentre attraverso il paese l’unico suono è quello del trogolo, mi lascio alle spalle la chiesa ed imbrocco il sentiero.
Il percorso è uno dei più veloci per salire in Antola, circa un paio d’ore, ma so già che me la prenderò molto comoda!
Speravo di essere il primo, invece la pista è stata già battuta da qualcuno… Poco male!
Le fasce dove in estate è facile incontrare mandrie di mucche oggi sembrano delle scale bianche.
Il sole scalda e la neve cade dai rami generando un’istantanea quanto effimera nevicata che ogni tanto mi colpisce… Polvere di diamanti!Ombre e luci
Il primo tratto è un continuo scorcio da cartolina: basta voltarsi ed ecco il lago del Brugneto riflettere la luce come se fosse uno specchio!
Il bosco inizia poco prima della cappella di San Rocchino.
In poco giungo ad uno dei miei angoli preferiti di tutto il sentiero: una piana con trogolo ed una piccola costruzione, Casa Buccaiusa. Purtroppo il tempo sta costantemente degradandola ma rimane splendida ai miei occhi!
Subito dopo un immenso faggio rieccomi tra gli ampi prati dove spesso è possibile osservare daini, caprioli ed addirittura segni di presenza dei lupi! Oggi non è possibile vederle per via della neve ma sulle superfici di strato che emergono dal terreno (in particolare poco oltre la Cappella della Madonna del Manto) spesso si notano le tracce fossi degli Elmintoidi.
Siamo ad un trivio: a sinistra si percorre un tratto dell’Anello del Rifugio, a destra si ritorna a Caprile oppure si può proseguire sulla “diretta”. Scelgo questa opzione mentre il sole va e viene!
Riprende la faggeta e salgo decisamente di quota. Fino ad ora si camminava bene ma il manto nevoso cresce sempre più tanto che presumo siam almeno una quarantina di centimetri!
Onde di nevePer fotuna chi è passato prima di me ha battuto la pista e quindi i miei passi non affondano più di tanto! Mi lascio alle spalle sia il nuovo che i vecchi rifugi e punto dritto alla vetta!
La temperatura deve essere ancora rigida dato che i piccoli arbusti e la croce stessa sono coperti di calabrosa!
Ma son le anticime a meravigliarmi: sembrano delle vere e proprie onde di neve!
Mi precipito a vederle da più vicino… Il vento ha modellato le cornici come in alta montagna eppure laggù brilla il mare dorato!
E’ tempo di pranzare, raggiungo le panche dalla cappella di San Pietro e mi gusto il classico pezzo di formaggio mentre un gruppo di sciatori mi saluta passando!
Incredibile Antola, in qualsiasi momento dell’anno vi ci troviate… Non sarete mai soli!
Solo, invece, lo sarò per tutto il ritorno lungo il percorso fino a torriglia!
Non c’è un suono se non la neve che scricchiola sotto i miei piedi. Il sole gioca a creare ombre sempre più fantasiose: ombre dritte dei faggi, ombre curve per le creste create da vento… Tutto il resto è luccichio di tantissimi cristalli di neve! Ed io sono lì nella completa solitudine…
L’Antola non smetterà mai di emozionarmi… C’è qualcosa che mi lega a questa montagna ed ogni volta è come se fosse la prima!
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15_Rifugio 17_Cappella San Pietro 19_Vetta 22_Antola 23_Solitudine 27_Val Brugneto

Monte Fasce: ascesa da Quinto

Genova città di mare ma non solo… Genova città di montagne che si tuffano in mare!
Credo che il monte Fasce sia proprio l’emblema di questa caratteristica: incombe sui quartieri orientali cittadini (basti pensare che si passa da 0 ad 834m in soli 3km in linea d’aria) e grazie alla sua mole è facilmente individuabile, purtroppo anche a causa delle numerose antenne che ne deturpano la cima, dalle restanti aree di Genova.
Monte FasceLa strada che porta fin quasi alla vetta offre scorci meravigliosi e durante il weekend è percorsa da tanti concittadini che possono gustarsi la natura a pochi minuti dal caos urbano, io stesso mi sono rifugiato più di una volta su questa montagna.
Oggi ci arriveremo con le nostre gambe ma bisogna dirlo subito: il termine “ascesa” non è affatto casuale perchè l’escursione è piuttosto impagnativa, i tempi sono di circa un paio d’ore, e da non affrontare nel periodo caldo!
Corso Europa, l’arteria che conduce dal centro a levante, è una tra le vie più trafficate di Genova. Accanto a questo andirivieni di macchine c’è il piccolo Cimitero di Quinto, sulle sue mura esterne è evidente il segnavia a T rovesciata rossa che mi accompagnerà per tutta la gita. In realtà dopo poco il sentiero inizia a salire tra i lecci e devo dire che in men che non si dica il rumore cittadino diventa un ricordo nonostante il cavalcavia autostradale mi ricordi che comunque la “civiltà” è ancora lì. Bisogna solo stare attenti ad un bivio dove si deve imboccare la scalinata che sale. Non passa molto tempo ed eccomi ad uno spiazzo, qualcuno ha preso a fucilate un vecchio cartello ma la mia attenzione è tutta al panorama. Batterie Monte MoroGenova è adagiata ai miei piedi e seguendo la linea di costa, come fosse un lungo serpentone, si arriva fino a Capo Noli con alle spalle le Alpi Marittime brillanti di neve… la giornata non poteva essere più limpida!
Mirto, terebinto, corbezzolo ed altre essenze tipiche della macchia mediterrana mi circondano mentre salgo il crinale.  Ad ogni passo c’è almeno un paio di uccellini che scappano tra gli arbusti mentre il mare sembra giocare con il cielo a chi si avvicini di più al blu cobalto.
Il senso di pace è interrotto bruscamente dalla guerra: la Seconda Guerra Mondiale. L’area poco sotto la vetta del monte Moro è costellata di costruzioni militari risalenti a quel confiltto: bunker e batterie. Oggi sono state in gran parte smantellate ma rimangono evidenti le loro parti basali. Si capisce bene la scelta di questa posizione perchè si ha sott’occhio tutto il golfo di Genova dal Promontorio di Portofino alla riviera di Ponente.
Il monte Moro (408m) è una prominenza lungo il crinale sud occidentale, qui negli anni 60 era stata aperta una trattoria che purtroppo giace in balia dell’incuria e del vandalismo. Possiamo giungervi anche in macchina, suggerisco questa opzione a chi non voglia faticare troppo, e lasciarla nell’ampio parcheggio.
L’ambiente diventa totalmente brullo e per questo ideale allo sviluppo di molte specie di orchidee, del narciso tazzetta (Narcissus tazetta) e del narciso dei poeti (Narcissus poeticus) tanto che è valso all’area del monte Fasce l’inserimento nell’elenco dei Siti d’Interesse Comunitario (SIC) della provincia di Genova.
Nonostante questo la zona è periodicamente falcidiata da incendi di matrice dolosa.Monte Fasce
La geologia diventa protagonista quando, appena sopra il Moro, si rendono visibili ed estremamente evidenti le pieghe nei calcari dell’Antola causate dall’orogenesi alpina! Gli strati disegnano linee curve sinuose su tutta la valle del Rio Nervi. Sempre sui versanti della valle si riconoscono i ruderi di numerose costruzioni, adibite soprattutto a stalle, e le antiche fasce che hanno dato il nome alla montagna stessa.
Sembra di essere in pieno appennino ed il mare dov’è? Lì ai nostri piedi! Sembra di poter toccare il piccolo porticciolo di Nervi, il Golfo Paradiso si mostra nella sua bellezza con tanti nuclei aggrappati al sottile confine tra le onde scintillanti ed i monti che paiono desiderarle da quanto velocemente vi si tuffano.
Superata un’emergenza rocciosa manca solo un’ultimo sforzo per la vetta. Ultimo ma non per questo poco impegnativo, anzi! La pendenza raggiunge il suo culmine nel tratto terminale. Con un po’ di fatica ecco raggiunti i poco eleganti ripetitori, tra questi quasi non si riconosce l’alta croce metallica posta nel 1900.
Lo sfregio estetico però viene velocemente dimenticato quando, ruotando a 360 gradi, ci si rende conto del panorama che ci circonda.
Una leggera foschia costiera ha preso piede durante la giornata per cui le Alpi Marittime sono appena visibili, discorso diverso per il massiccio del monte Rosa che si staglia in lontananza o per le Apuane innevate! Genova si mostra in tutta la sue bellezza, l’Antola, l’Aiona e innumerevoli altre vette appenniniche illuminate dagli ultimi raggi del sole non sono da meno! Oh quanti tramonti ho assaporato da questa cima, se non lo avete mai fatto… Fatelo perchè non lo si può dimenticare!
Alla festa però manca ancora un’invitata… Si fa un po’ desiderare come ogni star ma mentre il crepuscolo avanza eccola là verso sud: la Corsica!
Tutte queste eomozioni, e molte altre, sono proprio lì alla portata di chiunque voglia lasciarsi alle spalle il caos cittadino!
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Tramonto Genova  Crinale Fasce  Pieghe

Scandolaro e Canate di Marsiglia, Val Bisagno

Durante un’escursione potrà esservi capitato di scorgere su un versante boscoso un gruppo di case diroccate, oppure di passare accanto ad un casolare abbandonato…
Non so a voi ma sono luoghi che mi hanno sempre affascinato. Se volete capire di che sensazioni ed emozioni sto parlando vi consiglio di visitare il borgo abbandonato di Canate.
Il sentiero “classico” per raggiungerlo parte da Marsiglia (Bassa Val Bisagno, proprio alle spalle di Genova) ed in 45 minuti ci conduce al paese.
IMG_2664IMG_2686Il sentiero altro non è che l’antica mulattiera che collegava i due paesi e che, in questo primo tratto, si snoda sinuoso come un serpente nel castagneto. I suoni del bosco ci accompagnano lungo la discesa fino superare un ponte di legno sul Rio Canate. Giungiamo così a Scandolaro, un piccolo nucleo di case ormai avvolto dalla boscaglia.
Il nome probabilmente deriva da “scandole” che erano le antiche “tegole” costituite di corteccia di castagno con cui venivano ricoperti i tetti delle abitazioni dell’entroterra. Personalmente trovo l’interno della palazzina più grande di una bellezza unica: giochi cromatici sul rosso e l’azzurro che da soli meritano la visita fino a qui.IMG_2700
Da questo punto il sentiero sale ripido tra il bosco misto fino ad una sorta di balcone naturale che si affaccia su Canate e sull’Alpesisa che svetta alle sue spalle.
[ATTENZIONE: le costruzioni sono tutte pericolanti, cercate di non entrarvi dentro o fatelo ma per il meno tempo possibile]
La fondazione di Canate risale al XII secolo.
Nonostante fosse servito dalla corrente elettrica dagli anni ’30 e l’acqua fosse assicurata da un trogolo al centro del paese (tutt’ora in buone condizioni e sgorgante acqua fresca), il borgo è stato abbandonato quando, negli anni ’50, la strada si è fermata a Marsiglia.
Degli interni delle abitazioni non è rimasto quasi nulla, ma esplorando le cantine ai piani terra si resta impressionati dalla quantità di damigiane, bottiglie, timi e torchi. La cultura della vite era molto praticata qui, ancora oggi si possono vedere i pali per sostenere la pianta sui terrazzamenti alle spalle del paese.
Camminando per le sue viuzze, tra le case si respira quell’aria quasi nostalgica di una vita andata persa per sempre, che ci sembra lontana secoli e secoli…
Una vita che i nostri nonni hanno vissuto!

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Daini in amore nel Parco dell’Antola

Primo mattino in un giorno di metà Ottobre. Valle del Brugneto – Parco dell’Antola – alle spalle di Torriglia.12100805RBA
Il Lago del Brugneto è nascosto dalla coltre di nebbia mattutina che si dirada sempre di più man mano che il sole scalda l’aria.
Oltre al suono della brezza ed il canto di qualche uccellino solitario, dalla valle si levano distinti i richiami d’amore dei daini maschi!
Già, perchè per tutto Ottobre questo splendido ungulato è nel periodo degli amori ed è facilmente osservabile nelle radure e nei boschi del Parco (ancora di più di quanto normalmente lo sia).
Il daino ha diverse strategie riproduttive e qui nella valle, motivata dall’alta densità, ha scelto quella a lek o arene. 13101701ARSC
Un lek è un insieme di maschi adulti (solitamente palanconi ovvero di età superiore ai 4 anni) che si riuniscono a scopo riproduttivo in un unico territorio che suddividono  secondo gerarchie stabilite a seguito di cruenti combattimenti. Ogni maschio “conquista” una porzione di, in questo caso, bosco ed inizia l’incessante attività di marcamento che può essere olfattivo, ad esempio tramite urina, visivo con raspate sul terreno o fregoni su tronchi e piante oppure uditivo con il bramito.
Quest’ultimo è forse il comportamento più caratteristico di questa fase, infatti assistiamo a veri e propri concerti continui da parte dei maschi che così mostrano il loro vigore ai rivali ed alle femmine che visiteranno le aree più ambite e daranno così il via alla riproduzione. 1018_Arene
Il Parco ha costruito un capanno proprio ai margini del lek in modo da permettere la facile osservazione degli affascinanti comportamenti dei daini. Ovviamente ci si deve recare in questo luogo con il massimo rispetto ancor più che nel delicato momento della riproduzione gli animali NON DEVONO ESSERE DISTURBATI per cui, com’è chiaramente indicato da un cartello, è severamente vietato allontanarsi dal capanno.
Una volta chiusa dietro di me la porta della piccola costruzione in legno mi si pone davanti un’ampia area pianeggiante nel castagneto e già si possono vedere i maschi, alcuni si riposano, altri contribuiscono al continuo concerto di bramiti che mi accompagnerà per tutta la giornata.
13101603ARSCCon un po’ di pazienza i palanconi, che nonostante si siano accorti di me non si sono dati alla fuga, si avvicinano e posso facilmente rendermi conto del perchè questa classe d’età sia chiamata così: sono animali maestosi con dei palchi che ne aumentano ancora di più la figura. 13101607ARSC
Mentre sono intento a contemplare la bellezza di questi animali, due maschi si scontrano proprio davanti ai miei occhi, la scena è quasi epica mentre uno dei contendenti strenuamente cerca di resistere al fango ed alla forza dell’altro (qui il video del combattimento).
Terminato lo scontro c’è un po’ di quiete e finalmente si fanno vedere anche le femmine che sono decisamente più timide dei maschi e stazionano solo per qualche minuto in vista al capanno. Rimango tutto il giorno ma è una continua emozione, a volte arriva un nuovo maschio, a volte sento il suono dei pachi che si scontrano più a valle nascosti dal bosco. Durante il ritorno avvisto ancora molti daini nei prati che a tratti costeggiano il sentiero, a volte il mio sguardo e quello dell’animale che mi trovo davanti si incontrano per un solo attimo ma mi regalano emozioni che difficilmente si possono spiegare … Torno a casa con la soddisfazione di aver visto uno spettacolo della natura che si ripete da tempi immemori ed a pochi passi dalla città, senza aver dovuto percorrere miglia e miglia in terre lontane.
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Riserva delle Agoraie e Moggetto

Riserva delle Agoraie e Moggetto- Lago degli AbetiSe vi dicessi che a circa 40 minuti di macchina dal mare potreste incontrare le renne che brucano, mi credereste? Eppure non siamo distanti dalla realtà…
Non preoccupatevi, non sono impazzito, a fine articolo tutto vi sarà più chiaro.
All’interno del Parco Naturale Regionale dell’Aveto, nel comune di Rezzoaglio, c’è una vera e propria perla naturalistica. In un’ampia conca del versante nord occidentale del Monte Aiona ci sono numerosi laghetti (alcuni perenni, altri stagionali) incastonati in un’estesa foresta di faggi (Fagus sylvatica) e abeti rossi (Picea abies). Nell’ultima glaciazione qui c’era un piccolo ghiacciaio che una volta ritirato ha lasciato avvallamenti nel terreno che sono stati riempiti dall’acqua creando questi piccoli laghetti.
Ma la glaciazione ha lasciato “ricordi” ancor più preziosi !
Grazie al micro clima della zona, nonostante sia situata tra i 1200 e i 1300 m in inverno si possono toccare i -31° e la copertura nevosa persiste anche per 5 o 6 mesi, qui sono sopravvissute piante che oggi Riserva delle Agoraie e Moggetto- Lago degli Abeti-verticaleincontriamo a quote decisamente maggiori ed a latitudini molto più settentrionali. La delicatezza di questi ambienti ha reso necessaria una tutela molto severa, infatti la riserva è orientata ovvero la Forestale (l’intera Foresta delle Lame è demanio dello Stato) concede un numero ristretto di visite all’anno, a piccoli gruppi, e solo a scopo didattico o scientifico.
[Chiunque desista dal voler entrare “abusivamente” perché la zona è recintata e strettamente controllata]
Tutti i laghetti sono destinati ad interrarsi con il tempo e visitando le Agoraie possiamo vedere i passaggi della transizione dallo stagno, alla torbiera ed infine al prato perché ogni specchio d’acqua è in una fase evolutiva differente.
Il laghetto più famoso della Riserva è sicuramente il Lago degli Abeti. Il nome deriva dai tronchi di Abete Bianco (Abies alba) che giacciono sul suo fondo. Nonostante sia stata attribuita loro un’età di circa 2650 anni, i tronchi non sono fossili bensì perfettamente intatti, come fossero appena stati abbattuti, grazie alla bassissima temperatura dell’acqua ed allo scarso contenuto in sali della stessa. Qui gli abeti che circondano il lago e le sfumature di azzurro e verde dell’acqua cristallina creano un’atmosfera quasi surreale.
Ci si sposta poi al Lago Agoraie di Mezzo e al Lago Riondo. Questi stagni sono parzialmente interrati ed è qui che si possono fare incredibili incontri botanici con relitti glaciali e piante tipiche di zone umide e torbiere: piante carnivore come la Drosera rotundifolia o la Pinguicula vulgaris, diversi tipi di sfagni, la carice fosca (Carex fusca) ma soprattutto Lycopodiella inundata che è una piccola e rara felce tipica delle aree circumboreali e che ha qui la sua unica stazione appenninica. Infine si visita il Lago Agoraie di Fondo che a dispetto del nome ormai non è altro che un prato umido in quanto giunto allo stadio finale di evoluzione di questi laghetti. Da studi effettuati risulta c Riserva delle  Agoraie e Muggetto-Lago Agoraie di Mezzohe questo lago in origine era piuttosto profondo raggiungendo i 15 metri di profondità.
La riserva si compone anche del Moggetto, uno stagno a circa 15 minuti dalle Agoraie, anch’esso recintato.
Lungo la salita per arrivare alla Riserva si incontrano due laghetti stagionali liberamente fruibili: il Lago Coda d’Asino e il Lago delle Asperelle. Quest’ultimo merita attenzione perché ospita tutte e tre le specie di tritone presenti in Italia.
Ma quindi in sostanza perché all’inizio ho nominato le renne quando ho parlato solo di piante?
Ho usato lo stesso trucco che la guida della Forestale ha usato con noi: alcune delle piante che si incontrano Riserva delle Agoraie e Moggetto-Lago Agoraie di Fondonelle Agoraie sono le stesse di cui si nutrono le renne in Scandinavia solo che immaginare una renna in Liguria fa scalpore, smuove sicuramente più l’interesse, ci sarebbero moltissime persone che verrebbero a vederla mentre di una piantina dall’aspetto insignificante solo in pochi si curano, eppure l’importanza naturalistica è la stessa e spero che leggendo questo articolo ne siate diventati consapevoli anche voi.
Spero anche che la curiosità vi smuova a vedere con i vostri occhi questi ambienti, a questo proposito vi suggerisco di contattare il parco sul calendario delle visite guidate in modo che vi possano prenotare perché, come già detto, i posti e le occasioni sono poche per cui il detto “chi prima arriva, meglio…visita!

Anello della Val Gargassa

Se vi parlassi di una valle i cui versanti aridi e scoscesi si ergono su un canyon scavato nella pietra viva, credereste che stia descrivendo un luogo in Liguria? Eppure è così.
Questa è la Val Gargassa, nel Geoparco del Beigua.Val Gargassa - laghetti
Per raggiungerla bisogna seguire la strada che da Rossiglione conduce a Tiglieto, dopo pochi km vedrete il cartello per lo stadio comunale, svoltate e arriverete al parcheggio in località Gargassino che è il punto di partenza del sentiero natura della Val Gargassa. Essendo un anello il sentiero può essere percorso in due versi, personalmente suggerisco di partire seguendo il segnavia XX che conduce a Case Veirera perché fino al canyon è un crescendo di emozioni. Dopo una prima parte nel bosco, il paesaggio si apre e ci si trova a camminare a picco su placide pozze scavate nel serpentino. Dopo questo tratto esposto (attrezzato comunque con una catena metallica) rientriamo nel bosco. Il passaggio al conglomerato è improvviso: uscendo da una pineta ci si para davanti l’imboccatura del canyon!16_Canyon Immediatamente si viene catapultati in un’ambientazione selvaggia: i fianchi nudi, imponenti e scoscesi della valle si tuffano nel torrente dove il nero del conglomerato viene illuminato dai riflessi dell’acqua cristallina.
Queste rocce si sono create dalla cementificazione, in una zona lagunare o di piana alluvionale, di ingenti depositi dovuti alla forte erosione che il Bacino Ligure Piemontese (il mare che occupava l’area padana all’epoca) creava durante la sua avanzata nel Terziario (35 milioni di anni fa circa).  Non deve stupire l’aridità dei versanti della valle in questo tratto perché il colore scuro del conglomerato e la sua componente serpentinicola limitano notevolmente la possibilità di sviluppo della vegetazione. Riescono a sopravvivere solo piante estremamente specializzate come l’Euphorbia spinosa o il Cerastium utriense (endemismo delle ofioliti del massiccio del Beigua e del Gruppo di Voltri). Più si procede più la valle si restringe fino a raggiungere l’apice della spettacolarità nel tratto nuovamente a picco sul torrente: questo scorre completamente incassato tra le pareti del canyon. Raggiunto un grosso pinnacolo (Muso di Gatto) termina il canyon e bisogna guadare il corso d’acqua (attenzione perché dopo forti piogge il passaggio è molto difficoltoso).
Il sentiero ora procede in un castagneto e dopo un secondo guado siamo in vista delle Case Veirera. 05_Case VeireraGli alberi da frutto nel pianoro antistante il borgo e le poche case che lo costituiscono restano gli unici e ultimi testimoni di un passato ben più glorioso. Questo nucleo era abitato, forse solo stagionalmente, da famiglie dedite all’estrazione della quarzite, elemento fondamentale per la creazione del vetro, un’attività svolta in molte altre parti della Valle Stura e di grande importanza nel XIII° secolo.
Da qui in un quarto d’ora si raggiunge una sorgente sulfurea. Per proseguire l’anello, invece, si torna in parte indietro sul prato antistante le case e si procede verso valle senza guadare il torrente e seguendo il segnavia tre pallini gialli.
Rapidamente si sale nuovamente sul conglomerato e la vista si apre sempre più. Durante la salita salta subito agli occhi un buco nella roccia dalla forma che ricorda una signora, infatti ha il nome di Barcun dra Scignua (Balcone della Signora). 24_Barcun dra ScignùraIn poco raggiungiamo la base delle torri della Rocca Giana. Al nero del conglomerato, a cui ormai siamo abituati, si affianca l’arancione acceso dei licheni (Xantoria parietina)  creando un gico di contrasti cromatici molto affascinante.
Dopo un passaggio abbastanza esposto, breve ed attrezzato con catena, consiglio di abbandonare il sentiero per raggiungere in pochi minuti una vetta da cui godere un panorama completo sulla Rocca Giana, il canyon ed il resto della valle. Si riprende il sentiero e si scende verso Case Camilla (quando si incontra il cancello il percorso prevede effettivamente il suo superamento, basta richiuderlo al proprio passaggio) e successivamente attraversando un bosco misto si giunge al parcheggio completando così l’anello.
Se vuoi vedere il video dell’escursione clicca qui

02_Panorama Rocca Giana

 

Neve di fine Maggio

Il 25 maggio 2013 è sicuramente una data da ricordare negli annali della meterologia ligure.Neve fine Maggio - nebbia
Quest’anno la primavera ha latitato, lo testimoniano i ruscelli e gli invasi carichi d’acqua ma anche le centraline meteo che in molti casi hanno valori di cumulata di mm di pioggia decisamente oltre la media!
Nonostante ciò non mi sarei aspettato di rivedere la Dama Bianca prima del prossimo autunno. Eppure a causa di un’imponente discesa di aria artica (anche questa fuori stagione) è riuscita a cadere, ed accumulare, la neve sull’Appennino Ligure sopra i 900 metri.
Le vette del Beigua, della catena dell’Antola e la Val d’Aveto sono piombate in pieno inverno tanto che sul monte Bue (1775 m) l’altezza del manto nevoso ha raggiunto i 20 cm !Neve fine Maggio- Passo
Per non perdermi l’evento decido di raggiungere la Colletta di Pentema da Torriglia (Val Trebbia).
A Torriglia (769 m) piove ma so che in mattinata è sfiocchettato anche in paese. Sotto la pioggia seguo il sentiero che attraverso il bosco mi porta a Donetta, da qui lo abbandono per la strada che conduce a Pentema. Lungo il cammino incontro alcuni daini ed un cinghiale, mi guardano come se si stessero domandando cosa ci faccia per boschi con un tempo del genere un essere umano. In circa 40 minuti arrivo alla colletta (1100 m). Pure qui piove ma nei momenti in cui il rovescio aumenta d’intensità compaiono numerosi fiocchi bagnati.
Il clima è simil invernale: la nebbia a volte avvolge tutto, altre mi lascia intravedere la cima dei Colletti, il vento freddo mi sferza il viso, a terra c’è un minimo accumulo della spolverata che è venuta durante la notte e la mattina, solo il verde intenso dei prati e degli alberi mi ricorda che siamo alle porte dell’estate.
981032_10201264043511306_313396643_oIl contrasto tra il calendario e l’evento che sto vivendo è evidente e quasi “struggente” mentre osservo le orchidee in fiore che il gelo sta bruciando. Quella che per noi è l’occasione per godere uno spettacolo eccezionale per la sua rarità, per il mondo vegetale è invece un duro colpo.
Dopo alcuni minuti di contemplazione su quanto la natura sia imprevedibile ed in alcuni casi anche “dura” verso gli esseri viventi torno indietro consapevole di aver assisitito a qualcosa di memorabile: aver toccato la neve il 25 maggio a soli 45 minuti di macchina dal mare…
La Liguria è anche questo !