Archivio tag: natura liguria

La mano sul ghiacciaio: Mer de Galce, Chamonix

Quest’estate verrà sicuramente ricordata, oltre che per la perdurante siccità che sta colpendo tutta la penisola, anche come una tra le più calde di sempre. A giungno lo zero termico si è assestato attorno ai 5000 metri cioè ben oltre la cima del monte Bianco (la vetta più alta d’Europa)!
06_ChiesettaIn questo scenario di cambiamenti climatici Stazione Treninosempre più importanti, il mio sogno di toccare un ghiacciaio diventa costantemente più problematico. Eppure ce l’ho fatta grazie ad un inaspettato regalo da parte di Marta!
Avrei piacere a raccontarvi com’è andata.
Lasciamo Annecy, il giorno prima lo abbiamo visitato insieme all’omonimo lago (il secondo per dimensioni di tutta la Francia), con il sole nascosto dietro una grigia coltre di nuvole alte. Il pullman della gita organizzata attraversa l’Alta Savoia , dinnanzi a noi si para sempre più imponente e maestosa la catena alpina. Più ci avviciniamo a Chamonix più sembra di tornare indietro in inverno, anche se in realtà siamo a metà marzo.
Purtroppo le nuvole coprono le cime del massiccio del Bianco che qui raggiungono verticalità impressionanti!
La meta di questa giornata è il Mer de Glace e lo raggiungeremo sul trenino a cremagliera che collega Chamonix a Montenvers. C’è giusto il tempo di gironzolare un po’ tra le vie del rinomato centro sciistico che è tempo di salire a bordo. Lentamente la vecchia carrozza si inerpica sul fianco della montagna, calma ma decisa.
Sono leggermente teso per via dei miei problemi di pressione ma stempero il tutto seguendo con lo sguardo le innumerevoli piste di impronte sulla neve che si snodano per il bosco.Aguille du Dru Mer de Glace Livello Anni 90
Uno sguardo a Marta, uno alla foresta, uno alla conca di Chamonix ed eccoci finalmente a destinazione.
Davanti ai nostri occhi si manifesta tutta la potenza della natura: la lingua di ghiaccio si fa largo serpeggiando fra i lati della valle, occupandola completamente!
Lo stupore, ahimè, convive con lo sconforto. Quando è stata inaugurata la ferrovia nel 1909 il “mare di ghiaccio” quasi lambiva la stazione, oggi è parecchie centinaia di metri sotto!
Per riuscire ad intercettarlo bisogna dapprima prendere una seggiovia e da lì scendere a piedi 415 scalini! Ad aumentare la presa di coscienza della sofferenza a cui son sottoposti i ghiacciai alpini, viene riportato il livello del ghiaccio ad intervalli di tot anni. Stiamo facendo una sorta di viaggio nel tempo, passo dopo passo le grotte si avvicinano e parallelamente le targhe hanno date sempre più recenti. In realta la natura ci mostra senza filtri quello che c’era un tempo: i fianchi della vallata, soprattutto sul versante opposto a quello su cui ci stiamo muovendo, sono ricoperti da una coltre impressionante di detriti! Dai piccoli ciottoli a veri e propri massi, la morena del Mer de Glace è tutto ciò che rimane dell’antica grandezza!
Nonostante tutto, però, il ghiaccio è ancora vivo e non manca di farcelo sapere con frequenti schiocchi provenienti dai crepacci più profondi.
Grotta18238597_10213138120315805_3892735226019051922_oTerminata la lunga scalinata ecco che si giunge al livello dell’entrata per le grotte scavate direttamente nell ghiaccio vivo. Il momento è arrivato. Manca ancora qualche passo lungo la passerella ma lo stupore mi ha già pervaso. Dal bianco sbucano delle lingue di colore azzurro intenso. Istantaneamente ci si accorge che quella è la vera anima del ghiacciaio, ancora coperto di neve caduta durante l’inverno. Quasi tremolando sollevo la mia mano e la appoggio sulla massa lucida. Un brivido mi percorre ma non è il freddo, è quello che si prova quando un sogno si concretizza. E’ strano come mi senta ancora più piccolo dinnanzi alla natura.
Fin dal 1946 viene scavata una grotta all’interno del ghiacciaio. Ci addentriamo in essa. Siamo in un’altra dimensione: la luce che passa dall’esterno viene riflessa dalle pareti lucide, tutto è di un blu intenso… I livelli di neve e detrito che negli anni sono caduti creano come una sorta di bande di diverso colore. Tutto è sospeso nella massa del ghiaccio, compresi ciottoli che paiono immersi nella glassa e che non riesco a non domandarmi quanti secoli addietro possono essere stati “catturati”!
L’illminazione artificiale di varii colori amplifica la sensazione onirica mentre osserviamo le varie sculture che sono state forgiate con la materia glaciale: un orso, un piccolo caminetto ed altri arredi casalinghi.
Si è fatta l’ora di tornare indietro. Chissà per quanto riusciremo ad assistere a spettacoli del genere…  Si dice che sono cicli, e molto probabilmente ci sarà un tempo in cui i ghiacciai torneranno ad espandersi ed a scendere per le valli.
Il “mare” avrà una nuova primavera o meglio, perdonate la battuta alquanto di bassa lega, inverno. Ma i tempi dell’uomo non sono quelli della natura, oggi torno a casa con il cuore malinconico. Eppure… l’ho toccato! E non lo dimenticherò mai!
Mer de Glace

Monte Fasce: ascesa da Quinto

Genova città di mare ma non solo… Genova città di montagne che si tuffano in mare!
Credo che il monte Fasce sia proprio l’emblema di questa caratteristica: incombe sui quartieri orientali cittadini (basti pensare che si passa da 0 ad 834m in soli 3km in linea d’aria) e grazie alla sua mole è facilmente individuabile, purtroppo anche a causa delle numerose antenne che ne deturpano la cima, dalle restanti aree di Genova.
Monte FasceLa strada che porta fin quasi alla vetta offre scorci meravigliosi e durante il weekend è percorsa da tanti concittadini che possono gustarsi la natura a pochi minuti dal caos urbano, io stesso mi sono rifugiato più di una volta su questa montagna.
Oggi ci arriveremo con le nostre gambe ma bisogna dirlo subito: il termine “ascesa” non è affatto casuale perchè l’escursione è piuttosto impagnativa, i tempi sono di circa un paio d’ore, e da non affrontare nel periodo caldo!
Corso Europa, l’arteria che conduce dal centro a levante, è una tra le vie più trafficate di Genova. Accanto a questo andirivieni di macchine c’è il piccolo Cimitero di Quinto, sulle sue mura esterne è evidente il segnavia a T rovesciata rossa che mi accompagnerà per tutta la gita. In realtà dopo poco il sentiero inizia a salire tra i lecci e devo dire che in men che non si dica il rumore cittadino diventa un ricordo nonostante il cavalcavia autostradale mi ricordi che comunque la “civiltà” è ancora lì. Bisogna solo stare attenti ad un bivio dove si deve imboccare la scalinata che sale. Non passa molto tempo ed eccomi ad uno spiazzo, qualcuno ha preso a fucilate un vecchio cartello ma la mia attenzione è tutta al panorama. Batterie Monte MoroGenova è adagiata ai miei piedi e seguendo la linea di costa, come fosse un lungo serpentone, si arriva fino a Capo Noli con alle spalle le Alpi Marittime brillanti di neve… la giornata non poteva essere più limpida!
Mirto, terebinto, corbezzolo ed altre essenze tipiche della macchia mediterrana mi circondano mentre salgo il crinale.  Ad ogni passo c’è almeno un paio di uccellini che scappano tra gli arbusti mentre il mare sembra giocare con il cielo a chi si avvicini di più al blu cobalto.
Il senso di pace è interrotto bruscamente dalla guerra: la Seconda Guerra Mondiale. L’area poco sotto la vetta del monte Moro è costellata di costruzioni militari risalenti a quel confiltto: bunker e batterie. Oggi sono state in gran parte smantellate ma rimangono evidenti le loro parti basali. Si capisce bene la scelta di questa posizione perchè si ha sott’occhio tutto il golfo di Genova dal Promontorio di Portofino alla riviera di Ponente.
Il monte Moro (408m) è una prominenza lungo il crinale sud occidentale, qui negli anni 60 era stata aperta una trattoria che purtroppo giace in balia dell’incuria e del vandalismo. Possiamo giungervi anche in macchina, suggerisco questa opzione a chi non voglia faticare troppo, e lasciarla nell’ampio parcheggio.
L’ambiente diventa totalmente brullo e per questo ideale allo sviluppo di molte specie di orchidee, del narciso tazzetta (Narcissus tazetta) e del narciso dei poeti (Narcissus poeticus) tanto che è valso all’area del monte Fasce l’inserimento nell’elenco dei Siti d’Interesse Comunitario (SIC) della provincia di Genova.
Nonostante questo la zona è periodicamente falcidiata da incendi di matrice dolosa.Monte Fasce
La geologia diventa protagonista quando, appena sopra il Moro, si rendono visibili ed estremamente evidenti le pieghe nei calcari dell’Antola causate dall’orogenesi alpina! Gli strati disegnano linee curve sinuose su tutta la valle del Rio Nervi. Sempre sui versanti della valle si riconoscono i ruderi di numerose costruzioni, adibite soprattutto a stalle, e le antiche fasce che hanno dato il nome alla montagna stessa.
Sembra di essere in pieno appennino ed il mare dov’è? Lì ai nostri piedi! Sembra di poter toccare il piccolo porticciolo di Nervi, il Golfo Paradiso si mostra nella sua bellezza con tanti nuclei aggrappati al sottile confine tra le onde scintillanti ed i monti che paiono desiderarle da quanto velocemente vi si tuffano.
Superata un’emergenza rocciosa manca solo un’ultimo sforzo per la vetta. Ultimo ma non per questo poco impegnativo, anzi! La pendenza raggiunge il suo culmine nel tratto terminale. Con un po’ di fatica ecco raggiunti i poco eleganti ripetitori, tra questi quasi non si riconosce l’alta croce metallica posta nel 1900.
Lo sfregio estetico però viene velocemente dimenticato quando, ruotando a 360 gradi, ci si rende conto del panorama che ci circonda.
Una leggera foschia costiera ha preso piede durante la giornata per cui le Alpi Marittime sono appena visibili, discorso diverso per il massiccio del monte Rosa che si staglia in lontananza o per le Apuane innevate! Genova si mostra in tutta la sue bellezza, l’Antola, l’Aiona e innumerevoli altre vette appenniniche illuminate dagli ultimi raggi del sole non sono da meno! Oh quanti tramonti ho assaporato da questa cima, se non lo avete mai fatto… Fatelo perchè non lo si può dimenticare!
Alla festa però manca ancora un’invitata… Si fa un po’ desiderare come ogni star ma mentre il crepuscolo avanza eccola là verso sud: la Corsica!
Tutte queste eomozioni, e molte altre, sono proprio lì alla portata di chiunque voglia lasciarsi alle spalle il caos cittadino!
Per vedere la videogita clicca qui!
Tramonto Genova  Crinale Fasce  Pieghe

Mulini di Tonno, Valbrevenna

TonnoTonno (918m), un piccolo agglomerato di case in una delle valli più selvagge dell’entroterra genovese: la Valbrevenna.
Il nome che dovrebbe derivare da “Tun” o “Thun”, termini in lingua ligure-celtica che indicano “luoghi abitati”.
Come in tutti gli altri borghi della valle camminando tra le sue case si respira quell’aria di un mondo che non esiste più, mondo fatto di crueze, aie, e trogoli.
Un viaggio nel tempo, ecco cosa ci aspetta arrivati alla nostra meta: i Mulini di Tonno o di Chiappa Crosa!
La partenza è proprio ad inizio paese, dove c’è il cartello che indica la direzione da prendere.
Il sentiero dapprima passa per antiche fasce un tempo coltivate, oggi in preda all’abbandono, e poi giunge in un bosco dai cui versanti spuntano qui e là rigagnoli d’acqua.
Giungiamo così ad un antico abbeveratoio ed alla così detta Fonte Moia o della salute.
Vale la pena soffermarsi ad osservare il cambio di vegetazione attorno a queste emergenze umide (Carex sp., Gentiana asclepiadea) ed abbeverarsi dalla fresca sorgente!
In prossimità della panchina allestita dal Parco dell’Antola il sentiero svolta a destra in un castagneto dove man mano che si scende i suoni del bosco sono affiancati sempre più dal canto del Rio di Tonno.Mulini di Tonno
Non appena il sentiero  arriva a costeggiare il rio, ci si parano davanti i mulini. In un attimo siamo catapultati in un altro tempo dove uomo e natura erano intimamente legati perchè il primo dipendeva completamente dalla seconda.
Siamo nel regno dell’acqua.
Acqua che ha scavato la nuda roccia, acqua unica fonte di energia che muoveva le ruote dei mulini, acqua in cui vivono delicate specie animali.
Il complesso è costituito da tre edifici: due mulini e quello che probabilmente era un granaio.
Mulini di TonnoIl mulino più grande, in riva al rio, è quello con i maggiori spunti di interesse.
Al suo interno sono ancora visibili alcune macine e l’arganello che serviva per sollevarle, mentre all’esterno oltre ad una nicchia votiva presenta un’iscrizione che ci indica la data di costruzione… 1420!
Qui le popolazioni locali hanno trasportato grano, castagne e quant’altro affinchè Rospi in accoppiamentovenissero macinati… Per oltre mezzo millennio!
Esiste anche un terzo mulino alcune centinaia di metri più a valle ma giace in condizioni estremamente precarie.
Proprio accanto ai mulini la mulattiera che collegava Tonno a Chiappa superava il rio con un ponte in legno le cui travi portanti sono ancora ben visibili e donano un tocco di “magia” in più.
Il luogo già di per se affascinante da un punto di vista storico lo è altrettanto da quello
naturalistico/paesaggistico.
L’acqua scorre direttamente su una sorta di pavimento costituito dai Calcari dell’Antola, prosegue poi attraverso cascate e laghetti nei quali si è scavata una via, e costantemente fa sentire la sua voce tra mille gorgoglii diversi.
Le acque cristalline e selvagge di questi corsi d’acqua sono ideali per la vita del Gambero di Fiume (Austropotamobius pallipes) e per l’erpetofauna, e nella stagione adeguata non è affatto difficile imbattersi in Rospi (Bufo bufo), Salamandre Pezzate (Salamandra salamandra) e Salamandrine di Savi (Salamandrina perspicillata).
I più esploratori a questo punto potranno continuare risalendo o scendendo il corso del ruscello… Sicuramente non si resterà delusi!
Se vuoi sapere più notizie sull’escursione clicca qui.

06_Location Mulini di Tonno  Rio di Tonno Mulini di Tonno Rio Vallescura Mulino più a valle

 

Scandolaro e Canate di Marsiglia

Durante un’escursione potrà esservi capitato di scorgere su un versante boscoso un gruppo di case diroccate, oppure di passare accanto ad un casolare abbandonato…
Non so a voi ma sono luoghi che mi hanno sempre affascinato. Se volete capire di che sensazioni ed emozioni sto parlando vi consiglio di visitare il borgo abbandonato di Canate.
Il sentiero “classico” per raggiungerlo parte da Marsiglia (Bassa Val Bisagno, proprio alle spalle di Genova) ed in 45 minuti ci conduce al paese.
IMG_2664IMG_2686Il sentiero altro non è che l’antica mulattiera che collegava i due paesi e che, in questo primo tratto, si snoda sinuoso come un serpente nel castagneto. I suoni del bosco ci accompagnano lungo la discesa fino superare un ponte di legno sul Rio Canate. Giungiamo così a Scandolaro, un piccolo nucleo di case ormai avvolto dalla boscaglia.
Il nome probabilmente deriva da “scandole” che erano le antiche “tegole” costituite di corteccia di castagno con cui venivano ricoperti i tetti delle abitazioni dell’entroterra. Personalmente trovo l’interno della palazzina più grande di una bellezza unica: giochi cromatici sul rosso e l’azzurro che da soli meritano la visita fino a qui.IMG_2700
Da questo punto il sentiero sale ripido tra il bosco misto fino ad una sorta di balcone naturale che si affaccia su Canate e sull’Alpesisa che svetta alle sue spalle.
[ATTENZIONE: le costruzioni sono tutte pericolanti, cercate di non entrarvi dentro o fatelo ma per il meno tempo possibile]
La fondazione di Canate risale al XII secolo.
Nonostante fosse servito dalla corrente elettrica dagli anni ’30 e l’acqua fosse assicurata da un trogolo al centro del paese (tutt’ora in buone condizioni e sgorgante acqua fresca), il borgo è stato abbandonato quando, negli anni ’50, la strada si è fermata a Marsiglia.
Degli interni delle abitazioni non è rimasto quasi nulla, ma esplorando le cantine ai piani terra si resta impressionati dalla quantità di damigiane, bottiglie, timi e torchi. La cultura della vite era molto praticata qui, ancora oggi si possono vedere i pali per sostenere la pianta sui terrazzamenti alle spalle del paese.
Camminando per le sue viuzze, tra le case si respira quell’aria quasi nostalgica di una vita andata persa per sempre, che ci sembra lontana secoli e secoli…
Una vita che i nostri nonni hanno vissuto!

Se vuoi sapere più notizie su Canate clicca qui

IMG_4027 IMG_2753 IMG_2818 IMG_2931
IMG_2856 IMG_2888 IMG_2850

Daini in amore nel Parco dell’Antola

Primo mattino in un giorno di metà Ottobre. Valle del Brugneto – Parco dell’Antola – alle spalle di Torriglia.12100805RBA
Il Lago del Brugneto è nascosto dalla coltre di nebbia mattutina che si dirada sempre di più man mano che il sole scalda l’aria.
Oltre al suono della brezza ed il canto di qualche uccellino solitario, dalla valle si levano distinti i richiami d’amore dei daini maschi!
Già, perchè per tutto Ottobre questo splendido ungulato è nel periodo degli amori ed è facilmente osservabile nelle radure e nei boschi del Parco (ancora di più di quanto normalmente lo sia).
Il daino ha diverse strategie riproduttive e qui nella valle, motivata dall’alta densità, ha scelto quella a lek o arene. 13101701ARSC
Un lek è un insieme di maschi adulti (solitamente palanconi ovvero di età superiore ai 4 anni) che si riuniscono a scopo riproduttivo in un unico territorio che suddividono  secondo gerarchie stabilite a seguito di cruenti combattimenti. Ogni maschio “conquista” una porzione di, in questo caso, bosco ed inizia l’incessante attività di marcamento che può essere olfattivo, ad esempio tramite urina, visivo con raspate sul terreno o fregoni su tronchi e piante oppure uditivo con il bramito.
Quest’ultimo è forse il comportamento più caratteristico di questa fase, infatti assistiamo a veri e propri concerti continui da parte dei maschi che così mostrano il loro vigore ai rivali ed alle femmine che visiteranno le aree più ambite e daranno così il via alla riproduzione. 1018_Arene
Il Parco ha costruito un capanno proprio ai margini del lek in modo da permettere la facile osservazione degli affascinanti comportamenti dei daini. Ovviamente ci si deve recare in questo luogo con il massimo rispetto ancor più che nel delicato momento della riproduzione gli animali NON DEVONO ESSERE DISTURBATI per cui, com’è chiaramente indicato da un cartello, è severamente vietato allontanarsi dal capanno.
Una volta chiusa dietro di me la porta della piccola costruzione in legno mi si pone davanti un’ampia area pianeggiante nel castagneto e già si possono vedere i maschi, alcuni si riposano, altri contribuiscono al continuo concerto di bramiti che mi accompagnerà per tutta la giornata.
13101603ARSCCon un po’ di pazienza i palanconi, che nonostante si siano accorti di me non si sono dati alla fuga, si avvicinano e posso facilmente rendermi conto del perchè questa classe d’età sia chiamata così: sono animali maestosi con dei palchi che ne aumentano ancora di più la figura. 13101607ARSC
Mentre sono intento a contemplare la bellezza di questi animali, due maschi si scontrano proprio davanti ai miei occhi, la scena è quasi epica mentre uno dei contendenti strenuamente cerca di resistere al fango ed alla forza dell’altro (qui il video del combattimento).
Terminato lo scontro c’è un po’ di quiete e finalmente si fanno vedere anche le femmine che sono decisamente più timide dei maschi e stazionano solo per qualche minuto in vista al capanno. Rimango tutto il giorno ma è una continua emozione, a volte arriva un nuovo maschio, a volte sento il suono dei pachi che si scontrano più a valle nascosti dal bosco. Durante il ritorno avvisto ancora molti daini nei prati che a tratti costeggiano il sentiero, a volte il mio sguardo e quello dell’animale che mi trovo davanti si incontrano per un solo attimo ma mi regalano emozioni che difficilmente si possono spiegare … Torno a casa con la soddisfazione di aver visto uno spettacolo della natura che si ripete da tempi immemori ed a pochi passi dalla città, senza aver dovuto percorrere miglia e miglia in terre lontane.
Se vuoi vedere il filmato della giornata clicca qui

Riserva delle Agoraie e Moggetto

Riserva delle Agoraie e Moggetto- Lago degli AbetiSe vi dicessi che a circa 40 minuti di macchina dal mare potreste incontrare le renne che brucano, mi credereste? Eppure non siamo distanti dalla realtà…
Non preoccupatevi, non sono impazzito, a fine articolo tutto vi sarà più chiaro.
All’interno del Parco Naturale Regionale dell’Aveto, nel comune di Rezzoaglio, c’è una vera e propria perla naturalistica. In un’ampia conca del versante nord occidentale del Monte Aiona ci sono numerosi laghetti (alcuni perenni, altri stagionali) incastonati in un’estesa foresta di faggi (Fagus sylvatica) e abeti rossi (Picea abies). Nell’ultima glaciazione qui c’era un piccolo ghiacciaio che una volta ritirato ha lasciato avvallamenti nel terreno che sono stati riempiti dall’acqua creando questi piccoli laghetti.
Ma la glaciazione ha lasciato “ricordi” ancor più preziosi !
Grazie al micro clima della zona, nonostante sia situata tra i 1200 e i 1300 m in inverno si possono toccare i -31° e la copertura nevosa persiste anche per 5 o 6 mesi, qui sono sopravvissute piante che oggi Riserva delle Agoraie e Moggetto- Lago degli Abeti-verticaleincontriamo a quote decisamente maggiori ed a latitudini molto più settentrionali. La delicatezza di questi ambienti ha reso necessaria una tutela molto severa, infatti la riserva è orientata ovvero la Forestale (l’intera Foresta delle Lame è demanio dello Stato) concede un numero ristretto di visite all’anno, a piccoli gruppi, e solo a scopo didattico o scientifico.
[Chiunque desista dal voler entrare “abusivamente” perché la zona è recintata e strettamente controllata]
Tutti i laghetti sono destinati ad interrarsi con il tempo e visitando le Agoraie possiamo vedere i passaggi della transizione dallo stagno, alla torbiera ed infine al prato perché ogni specchio d’acqua è in una fase evolutiva differente.
Il laghetto più famoso della Riserva è sicuramente il Lago degli Abeti. Il nome deriva dai tronchi di Abete Bianco (Abies alba) che giacciono sul suo fondo. Nonostante sia stata attribuita loro un’età di circa 2650 anni, i tronchi non sono fossili bensì perfettamente intatti, come fossero appena stati abbattuti, grazie alla bassissima temperatura dell’acqua ed allo scarso contenuto in sali della stessa. Qui gli abeti che circondano il lago e le sfumature di azzurro e verde dell’acqua cristallina creano un’atmosfera quasi surreale.
Ci si sposta poi al Lago Agoraie di Mezzo e al Lago Riondo. Questi stagni sono parzialmente interrati ed è qui che si possono fare incredibili incontri botanici con relitti glaciali e piante tipiche di zone umide e torbiere: piante carnivore come la Drosera rotundifolia o la Pinguicula vulgaris, diversi tipi di sfagni, la carice fosca (Carex fusca) ma soprattutto Lycopodiella inundata che è una piccola e rara felce tipica delle aree circumboreali e che ha qui la sua unica stazione appenninica. Infine si visita il Lago Agoraie di Fondo che a dispetto del nome ormai non è altro che un prato umido in quanto giunto allo stadio finale di evoluzione di questi laghetti. Da studi effettuati risulta c Riserva delle  Agoraie e Muggetto-Lago Agoraie di Mezzohe questo lago in origine era piuttosto profondo raggiungendo i 15 metri di profondità.
La riserva si compone anche del Moggetto, uno stagno a circa 15 minuti dalle Agoraie, anch’esso recintato.
Lungo la salita per arrivare alla Riserva si incontrano due laghetti stagionali liberamente fruibili: il Lago Coda d’Asino e il Lago delle Asperelle. Quest’ultimo merita attenzione perché ospita tutte e tre le specie di tritone presenti in Italia.
Ma quindi in sostanza perché all’inizio ho nominato le renne quando ho parlato solo di piante?
Ho usato lo stesso trucco che la guida della Forestale ha usato con noi: alcune delle piante che si incontrano Riserva delle Agoraie e Moggetto-Lago Agoraie di Fondonelle Agoraie sono le stesse di cui si nutrono le renne in Scandinavia solo che immaginare una renna in Liguria fa scalpore, smuove sicuramente più l’interesse, ci sarebbero moltissime persone che verrebbero a vederla mentre di una piantina dall’aspetto insignificante solo in pochi si curano, eppure l’importanza naturalistica è la stessa e spero che leggendo questo articolo ne siate diventati consapevoli anche voi.
Spero anche che la curiosità vi smuova a vedere con i vostri occhi questi ambienti, a questo proposito vi suggerisco di contattare il parco sul calendario delle visite guidate in modo che vi possano prenotare perché, come già detto, i posti e le occasioni sono poche per cui il detto “chi prima arriva, meglio…visita!

Anello della Val Gargassa

Se vi parlassi di una valle i cui versanti aridi e scoscesi si ergono su un canyon scavato nella pietra viva, credereste che stia descrivendo un luogo in Liguria? Eppure è così.
Questa è la Val Gargassa, nel Geoparco del Beigua.Val Gargassa - laghetti
Per raggiungerla bisogna seguire la strada che da Rossiglione conduce a Tiglieto, dopo pochi km vedrete il cartello per lo stadio comunale, svoltate e arriverete al parcheggio in località Gargassino che è il punto di partenza del sentiero natura della Val Gargassa. Essendo un anello il sentiero può essere percorso in due versi, personalmente suggerisco di partire seguendo il segnavia XX che conduce a Case Veirera perché fino al canyon è un crescendo di emozioni. Dopo una prima parte nel bosco, il paesaggio si apre e ci si trova a camminare a picco su placide pozze scavate nel serpentino. Dopo questo tratto esposto (attrezzato comunque con una catena metallica) rientriamo nel bosco. Il passaggio al conglomerato è improvviso: uscendo da una pineta ci si para davanti l’imboccatura del canyon!16_Canyon Immediatamente si viene catapultati in un’ambientazione selvaggia: i fianchi nudi, imponenti e scoscesi della valle si tuffano nel torrente dove il nero del conglomerato viene illuminato dai riflessi dell’acqua cristallina.
Queste rocce si sono create dalla cementificazione, in una zona lagunare o di piana alluvionale, di ingenti depositi dovuti alla forte erosione che il Bacino Ligure Piemontese (il mare che occupava l’area padana all’epoca) creava durante la sua avanzata nel Terziario (35 milioni di anni fa circa).  Non deve stupire l’aridità dei versanti della valle in questo tratto perché il colore scuro del conglomerato e la sua componente serpentinicola limitano notevolmente la possibilità di sviluppo della vegetazione. Riescono a sopravvivere solo piante estremamente specializzate come l’Euphorbia spinosa o il Cerastium utriense (endemismo delle ofioliti del massiccio del Beigua e del Gruppo di Voltri). Più si procede più la valle si restringe fino a raggiungere l’apice della spettacolarità nel tratto nuovamente a picco sul torrente: questo scorre completamente incassato tra le pareti del canyon. Raggiunto un grosso pinnacolo (Muso di Gatto) termina il canyon e bisogna guadare il corso d’acqua (attenzione perché dopo forti piogge il passaggio è molto difficoltoso).
Il sentiero ora procede in un castagneto e dopo un secondo guado siamo in vista delle Case Veirera. 05_Case VeireraGli alberi da frutto nel pianoro antistante il borgo e le poche case che lo costituiscono restano gli unici e ultimi testimoni di un passato ben più glorioso. Questo nucleo era abitato, forse solo stagionalmente, da famiglie dedite all’estrazione della quarzite, elemento fondamentale per la creazione del vetro, un’attività svolta in molte altre parti della Valle Stura e di grande importanza nel XIII° secolo.
Da qui in un quarto d’ora si raggiunge una sorgente sulfurea. Per proseguire l’anello, invece, si torna in parte indietro sul prato antistante le case e si procede verso valle senza guadare il torrente e seguendo il segnavia tre pallini gialli.
Rapidamente si sale nuovamente sul conglomerato e la vista si apre sempre più. Durante la salita salta subito agli occhi un buco nella roccia dalla forma che ricorda una signora, infatti ha il nome di Barcun dra Scignua (Balcone della Signora). 24_Barcun dra ScignùraIn poco raggiungiamo la base delle torri della Rocca Giana. Al nero del conglomerato, a cui ormai siamo abituati, si affianca l’arancione acceso dei licheni (Xantoria parietina)  creando un gico di contrasti cromatici molto affascinante.
Dopo un passaggio abbastanza esposto, breve ed attrezzato con catena, consiglio di abbandonare il sentiero per raggiungere in pochi minuti una vetta da cui godere un panorama completo sulla Rocca Giana, il canyon ed il resto della valle. Si riprende il sentiero e si scende verso Case Camilla (quando si incontra il cancello il percorso prevede effettivamente il suo superamento, basta richiuderlo al proprio passaggio) e successivamente attraversando un bosco misto si giunge al parcheggio completando così l’anello.
Se vuoi vedere il video dell’escursione clicca qui

02_Panorama Rocca Giana