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L’anello del Cremado, tra antichi alpeggi e faggete

L’autunno è sicuramente la mia stagione preferita. I nostri monti assumono mille sfaccettature che vanno dal rosso fuoco al giallo dorato!
In questo periodo dell’anno non è raro che capitino giornate estremamente limpide con il cielo blu intenso che contrasta con i colori caldi delle foglie. Se siete fortunati, come siamo stati noi, potrebbe capitarvi di intraprendere una gita proprio in un giorno di questi.
Prima mattina, Val Brevenna.Lavazzuoli
Il sole non ha ancora tolto la coperta di rugiada al fondovalle, limitandosi ad accarezzare solo lo cime più alte. L’aria è più che frizzante. Chi l’ha percorsa sa che la strada fino a Senarega, per quanto stretta, se la cava ancora ma da lì in poi… Diventa tutto un’altro storia! La striscia di asfalto, in buon parte consumato fin quasi allo stremo, si inerpica tortuoso sul fianco della mantagna. Se il nostro scooter potesse parlare ci chiederebbe perchè gli stiamo facendo questo!
Finalmente giungiamo a Piancassina (1035m), carichiamo gli zaini e ci mettiamo in cammino.
Il sentiero è ancora quello originale che conduceva (e conduce tutt’ora essendo l’unica via per raggiungerlo) a Lavazzuoli (1142m). Ogni volta che ci vengo è come fare un passo indietro nel tempo. E’ il suono dei campanacci di una mucca che ci accompagna mentre ci muoviamo tra il manipolo di case, quasi tutte in stato di abbandono, l’antico trogolo, l’orto ed i pascoli curati. Il tempo è come sospeso qui, ed non  si può che fare un plauso ai titolari dell’agriturimo (Osteria del Sole) per mantenere viva questa realtà in testa alla valle! Casoni Lomà Una piccola gemma.
Trascuriamo le varie deviazioni proseguendo dritti in direzione dei casoni.
I primi che incontriamogiacciono in stato di completo abbandonotanto che solo uno è  ancora “visitabile” (fate sempre attenzione se entrate in costruzioni pericolanti): sono i Casoni della Libia. Il nome non è minimamente riferito al paese africano bensì ad una particolare forma geologica evidente poco oltre: un antico smottamento ha messo a nudo la roccia viva rendnedo il paesaggio quasi lunare. E come sarà il temina dialettale per indicare una frana? Liggia. Da qui l’italianizzato “libia”! Casoni Giuan
Da qui il percorso, purtroppo non posso esimermi dal dirlo, diventa più avventuroso dato che la vegetazione è parecchio invadente. Una sorta di scaletta di pietra che si stacca sulla nostra destra è la via per i Casoni di Lomà. Il luogo sembra un inno alla vita contadina: un manipolo di costruzioni (rigorosamente seguenti l’andamento del pendio) utilizzate fino al passato recente come alpeggi dagli abitanti di Chiappa. L’opera dell’uomo, però, non si ferma qui: abbondano i muretti a secco, gli alberi da frutto, scale in pietra ed i cascinali.
Salendo ancora, invece, incontriamo i Casoni di Giuan. Personalmente rimango rapito dalla bellezza quasi da cartolina di questo angolo che pare dimenticato dallo scorrere del tempo. Davanti a noi sull’ampio prato ai piedi del monte Cremado sono adagiati alcuni edifici ancora in buono stato, dietro la vista si apre fino alla Riviera di Ponente!
Superati gli edifici, ci addentriamo tra una serie di cespugli di rovi e prugnoli finchè non viene a farci visita uno degli abitanti della zona: un mulo! Sì perchè i pascoli sono ancora utilizzati da una mandria di cavalli che, a direi il vero, sono stati fin troppo curiosi di venire a capire chi fossero questi intrusi! Panorama CremadoCe li lasciamo alle spalle ed il gioco inizia a farsi duro: si sale! La prossima tappa è la vetta del Cremado e per arrivarci non esiste un vero e proprio sentiero segnato. Seguiamo il dedalo di piste che si dipanano sui pascoli. Ecco che i colori autunnali si ripresentano con i faggi infuocati che si stagliano sul blu cobalto del cielo!
In tempi brevi siamo in cima (1512), non c’ero mai stato, e mi scampare il respiro dalla bocca.
Il panorama è a 360°, il mare scintillante da un lato, le Alpi dall’altro, la Val Brevenna (ed i Casoni da cui proveniamo) ai nostri piedi, l’intera Val Brugneto dall’Antola alla diga dell’omonimo lago!
Lago che è evidentemente in sofferenza per la siccità perdurante di quest’anno.
Ma, come si diceva all’inizio, l’aria oggi è tersa e allora faccimo volare lo sguardo fino agli estremi orizzoni: fino alle Apuane, all’Arcipelago Toscano e l’immancabile Corsica!
Un piccolo cartello in legno ci indica che la cima è dedicata a Silvia. Non sappiamo a che volto appartenga il nome ma cara Silvia, complimenti perchè quassù è un vero balcone sulla bellezza della nostra terra!Val Brugneto
Il clima è mite, fin troppo, ma la giornata è già avanzata. Purtroppo non riusciamo ad arrivare alla cima dell’Antola, ci limiteremo ad una capatina al Rifugio. Per fare ciò torniamo un poco indietro fino ad una pista (attenzione: anche questa non segnata ma abbastanza evidente perchè larga) che taglia sul versante di Tonno fino ad un cancelletto. Si prosegue per poche decine di metri e ci si immette sul sentiero che proviene da Torriglia. In un attimo eccoci al Rifugio. MuloQuattro chiacchiero con Silvia e Federico, i giovani gestori del rifugio, non me le faccio mai mancare! Altro rituale a cui non mi tiro mai indietro è un estathè al limone sulle terrazze!
Con Marta proviamo a scrutare con il binocolo  alla ricerca di daini, fortunatamente la “caccia” ha successo! Tre ungulati brucano sul distante monte Ciuffo.
Non so bene descrivere le emozioni che provo quando bazzico in zona Antola, chissà magari prima o poi riuscirò a dargli una forma, ma purtroppo si è proprio fatta l’ora di scendere.
La faggeta ormai è completamente in ombra,l’unico suono è quello dei nostri piedi sulle foglie appena cadute. Alla Colletta delle Cianazze svalichiamo nuovamente sul lato valbrevennino. Qui il solè illumina ancora l’antica mulattiera con una luce dorata che da soli varrebbero la giornata ma non è ancora finita. Un’ultima sorpresa ci attende: il tramonto!
Il cielo è “chiuso” tra un nastro di nuvole rosso fuoco ed il nero profilo delle Alpi, in mezzo i colori mutano ad ogni secondo mentre il fresco della sera inizia ad accarezzare i nostri visi.
Infine il giorno si nasconde definitivamente, cala il sipario su una giornata memorabile.
Vuoi vedere la videogita clicca qui.
Casoni Juan

Fioriscono i narcisi sul monte Buio

Verso metà maggio nel Parco dell’Antola c’è un appuntamento fisso: la fioritura dei narcisi (Narcissus poeticus)!
Pian della Cavalla (splendida conca carsica) e Casa del Romano (un balcone sull’Appennino) sono le mete più conosciute ma personalmente hanno perso un po’ della “magia” perchè vengono letteralmente prese d’assalto da un’infinità di persone, spesso neanche rispettose dell’ambiente circostante ma dedite solo a scatti che testimonino la propria presenza a questo “evento”.Monte Cugnoi
Quindi vorrei proporvi un’escursione diversa che oltre all’abbondante fioritura offre bellissimi panorami: il monte Buio dal Passo dell’Incisa!
Già raggiungere la partenza in macchina, se si proviene dalla Val Brevenna o da Crocefieschi, è una gioia per gli occhi perchè lo stretto nastro di asfalto  si snoda tra i pascoli che sovrastano Porcile e Clavarezza. Io e Marta veniamo spesso qui a godere del panorama, soprattutto in tiepidi tramonti d’estate che sfumano in notti squarciate da stelle cadenti!
Il Passo dell’Incisa è un intaglio nella roccia, da questo deriva il nome che si presenta in molte altre località liguri, sul crinale tra le valli Vobbia e Brevenna a circa 1070m.
CrinaleSubito il sentiero sale dolcemente tra i prati ricchi di orchidee (ad esempio Orchis tridentata) ed altre essenze floreali. In breve raggiungo una sella da cui gustare begli scorci su Caselline e Pareto ma la mia attenzione è catturata dal mare scintillante e dalle Alpi Marittime ancora cariche di bianca neve! Compare in lontananza anche la nostra destinazione: il monte Buio. La fortuna mi assiste: la giornata è limpidissima! Il passo si fa lento, il percorso è praticamente in piano in questo tratto, ed attorno a me è un continuo sfarfallio di colori.
Mentre aggiro le pendici del monte Riundo c’è tempo per alcuni incontri geologici: una tenue sorgente crea una piccola pozza, l’acqua fresca attira innumerevoli farlalline che si levano come una nuvola al mio passaggio, mentre poco più in là, segnalato anche da un cartello del Parco, ecco le tipiche tracce fossili! Come mai “tipiche”? Perchè i Calcari dell’Antola, formazione rocciosa che compone queste montagne, appartengono al più grande gruppo di Calcari ad Elmintoidi ovvere rocce su cui è rimasta impressa un traccia sinuosa, il nome è Helminthoidea labirintica, che risale a 65 milioni di anni fa… il tempo dei dinosauri!Pian del Curlo
Come d’improvviso la pendenza aumenta e mi ritrovo a salire decisamente in una pineta di rimboschimento che lascia velocemente il passo al bosco di faggi. Questo è il primo vero momento d’ombra e devo dire che, complice la precendente fatica, accolgo il fresco con immensa gioia!
La frescura dura poco, rieccomi all’aperto a Pian dei Curli. Volendo c’è un tavolo su cui pranzare ma decido di salire sulla piccola cima che rimane alle mie spalle. A sinistra i miei occhi sorvolano la Pianura Padana giungendo in men che non si dica alle Alpi, a destra sprofondano lungo il versante fino ad incontrare il piccolo borgo di Tonno accerchiato dai verdi boschi della Val Brevenna. Ed innanzi a me? Si erge maestoso il contrafforte del Buio con il crinale che corre serpeggiando fino in vetta all’Antola! Già solo quest’attimo di respiro così ampio potrebbe bastare a colmarmi di libertà ma ormai manca poco, un’ultima salita, per l’appuntamento con i narcisi.Monte Buio fino all'Antola
Per salire in vetta si può seguire la traccia che sale proprio alle spalle del piccolo boschetto dietro alla tavola a Pian dei Curli oppure proseguire lungo l’antica via che taglia la montagna ancora per un tratto. Preferisco questa seconda opzione perchè voglio proseguire la sensazione di camminare su una cornice in volo sopra la valle del Rio di Tonno.
Dapprima qualche narciso solitario, poi sempre più numerosi fino a quando non supero l’ultimo scalino ed è qui che la meraviglia mi assale: centinaia di narcisi ondeggianti al vento coprono il pianoro fino alla vetta! Un vero e proprio giardino sospeso in cielo! Qua e là orchidee e piccoli boccioli di giallo intenso: i Botton d’Oro (Trollius europaeus). Respiro il profumo della natura mentre conquisto la croce di vetta. Mi trovo all’incrocio di ben tre valli: Brevenna, Vobbia e Borbera. Il panorama è mozzafiato ed a 360 gradi: dal monte Rosa alla Riviera di Ponente, si riconosce addirittura il porto di Genova, sembra quasi di poter toccare con mano i più vicini Crocefieschi (e le Rocche del Reopasso), il valico di San Fermo nonchè l’Antola. Mi appoggio ad uno dei tavoli che si trovano sulla cima ed osservo in silenzio. L’Appennino con tutto il suo bagaglio di ricchezze storiche e naturalistiche è intorno a me, il sole brilla, i narcisi ballano nel vento… ed io mi sento libero.
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Monte Rosa

Tecosa, Val Pentemina

Sapevo della sua esitenza ma a differenza di Riola non ero ancora riuscito a vederla.
Poi un giorno, gironzolando intorno alla cima del monte Spigo, mi apparve: Tecosa.
Fu allora che decisi di raggiungere questo piccolo aggregato di case in testa al Fosso di Riola, un ramo laterale della Val Pentemina.  Tecosa Tecosa
Cercando in rete (www.paesiabbandonati.it) trovai finalmente il sentiero che mi ci avrebbe condotto: l’antica mulattiera che oggi è poco meno di una pista nel bosco. Partendo dal Passo di Pentema, in prossimità dello spiazzo per il parcheggio, si doveva scendere dritti nella massima pendenza e, tra spazzatura varia lasciata dai soliti incivili, procedere fino ad un bivio indicato allora da una sorta di intaglio su un albero. A sinistra per Tecosa, dritto per Riola. E così arrivai, feci questo video e non ci tornai fino ad un mesetto addietro.
Le cose in questo lasso di tempo sono cambiate, a cominciare dal sentiero sempre più interrotto da alberi caduti. Inoltre le piene di questi anni hanno reso molto meno agevole il guado del ruscello che si incontra poco prima del paese.
A darci il benvenuto a Tecosa c’è una piccola fonte captata. Il nucleo abitativo è costituito da una decina di edifici, la maggior parte inesorabilmente crollati, adagiati sul pendio.
Qui non c’erano solo case contadine, c’è infatti una casa con una sorta di spiazzo coperto di detriti da cui però spunta una ringhiera lavorata!
TecosaLa costruzione che regala sicuramente più soddisfazioni è quella a tre piani, ancora quasi del tutto intatta esternamente! Ovviamente non si può entrare ai piani alti, i pavimenti ed i soffitti di castagno sono quasi tutti marci ma si può osservare l’interno sbirciando da porte e finestre. Si  può, invece con le dovute cautele e rimanendovi il minor tempo possibile, entrare nella stalla al piano terra per un particolare insolito: un doppio arco a tutto sesto!
Su questo edificio è anche possibile rintracciare i resti degli isolatori per la corrente elettrica.
Ancora interessante è un fienile con all’interno una madia (cassa per la farina) ed un vallo (ventilabro in italiano), macchinario per eliminare impurità dal grano.
Infine si può scendere verso una delle ultime case del paese che mantiene ancora un bel colore rosso appena sbiadito dal tempo con uno scorcio incantevole su una cucina ed il runfò con ancora del pentolame sopra.
A proposito di oggetti, spersi per il paese si possono ancora vedere pentolami varii e secchi di latta che resistono al tempo.
Come detto ad inizio, la situazione è abbastanza peggiorata dall’ultima visita che vi ho fatto. Il bosco con le liane ed i rovi stanno prendendo il sopravvento, aggiungiamo i crolli ed il danno è fatto. Chi vorrà avventurarsi potrà godere di questo piccolo avamposto.
Purtroppo la domanda da farsi è… Per quanto? Temo non moltissimo, Tecosa sta cedendo.

Interno Cucina 39_Madia
Tecosa Fienile Interno Interno

Anello del monte Spigo, Torriglia

Torriglia (764m) è un bel paese che fino ad inizio ‘900 era una tradizionale meta di soggiorno estivo per la borghesia genovese.
TorrigliaQui in epoca medievale si amministrava il potere dei Fieschi attraverso uno dei tanti castelli di famiglia sparsi nei feudi dell’entroterra genovese.
Nonostante la perdita di importanza, oggi è ancora luogo di villeggiatura estiva nonchè partenza di molti sentieri che si dipanano all’interno del Parco Naturale dell’Antola, tanto che qui c’è la sede scientifica ed un ufficio informazioni dell’area protetta.
Il sentiero che vado a proporvi è un anello relativamente poco conosciuto ma che sa regalare grandi soddisfazioni a chi vorrà percorrerlo.
Torriglia è servita dai mezzi pubblici dell’ATP per cui non c’è neanche bisogno di muovere la macchina per intraprendere l’escursione! Pronti? Partiamo!
Dopo aver imboccato il sentiero indicato dalla X gialla in Via Pietra, saliamo lungo la strada che conduce a Porcarezze per poi immetterci su una vecchia mulattiera che sinuosa sale nel bosco.
Il fruscio delle foglie sotto i piedi vi accompagnerà in un bel castagneto dove i raggi del sole gicano a nascondino con le sagome degli alberi. Cappella della Panteca
Come d’improvviso il bosco si dirada e ci appare davanti la conca della Panteca: un grande pianoro erboso ai cui margini sorge un casolare ed una sorta di area picnic.
Il luogo è estremamente bucolico, e devo ammettere che mi infonde sempre un gran senso di quiete.
11_Monte SpigoScavalliamo leggermente e raggiungiamo anche la Cappella della Panteca, una piccola chiesetta un tempo testimone di continui passaggi di uomini e merci tra i feudi di Montoggio e quello di Torriglia. Questa cappella e l’area circostante sono tenute in ordine da un gruppo di volenterosi volontari che ogni 29 Agosto organizzano anche una festa!
(In circa mezz’ora è possibile raggiungere Marzano)
A questo punto imbocchiamo il sentiero T gialla (Anello di Torriglia)  tra Prugnoli, Biancospini ma soprattutto Lavanda Selvatica (Lavandula stoechas), il cui nome dialettale determina anche quello della montagna che stiamo salendo: Spigo.
Giunti in vetta lo sguardo si lancia all’orizzonte! Siamo su un vero e proprio balcone che spazia dal mare alle Alpi. La Corsica, il Mongioie, il Monviso, ci sembra di toccare con un dito Torriglia per non parlare del concerto di crinali appenninici su cui spiccano cime come il monte Prelà, l’Antola, l’Aiona, il massiccio del Beigua, l’Alpesisa, il Fasce, il Bano e l’elenco potrebbe continuare! Prima di lasciarci alle spalle la croce di vetta, croce che indica i 1125m del monte e che è stata posta nel 2007 dal Gruppo Alpini di Torriglia, consiglio una breve deviazione verso Ovest per vedere dall’alto il borgo abbandonato di Tecosa.
Il sentiero prosegue tra boschetti e radure con un sali e scendi, aggirando il monte Chiappa, fino al Passo di Pentema.
A questo punto i più pigri potranno scendere su Donetta attraverso la strada che unisce quest’ultima a Pentema, mentre chi vuole completare l’anello salirà sui colletti.
Attenzione, proprio perchè qui intersechiamo una strada possiamo anche raggiungere in macchina il passo e da qui in 15 minuti siam sullo Spigo, in un’ora ai borghi abbandonati di Alta Val PenteminaRiola e Tecosa (qui il video per raggiungerli) oppure il tratto che ora vi esporrò.
Dopo esserci riposati sulla panchina dal passo, iniziamo la salita che, ripida ma breve, ci porta in vetta dove godere bellissime vedute sull’alta Val Pentemina con i borghi di Pezza, Buoni di Pentema e Pentema stessa che da quassù sembra ancora di più un presepe!
Ovviamente immancabili sono il mare, la costa di Ponente, l’Arco Alpino e la conca di Torriglia.
Venite qui poco prima di un tramonto… Vi assicuro non lo dimenticherete!
Concludiamo l’anello su antiche mulattiere superando prima Donetta, dove imbocchiamo il sentiero due pallini gialli Antola – Torriglia, e attraversando radure su cui spesso brucano branchi di daini giungiamo al Castello di Torriglia ed in breve al capolina delle coriere.
Per vedere la videogita clicca qui.

Casolare Panteca Conca della Panteca Cappella della Panteca Conca di Olcesi Monte Spigo Passo di Pentema

Mulini di Tonno, Valbrevenna

TonnoTonno (918m), un piccolo agglomerato di case in una delle valli più selvagge dell’entroterra genovese: la Valbrevenna.
Il nome che dovrebbe derivare da “Tun” o “Thun”, termini in lingua ligure-celtica che indicano “luoghi abitati”.
Come in tutti gli altri borghi della valle camminando tra le sue case si respira quell’aria di un mondo che non esiste più, mondo fatto di crueze, aie, e trogoli.
Un viaggio nel tempo, ecco cosa ci aspetta arrivati alla nostra meta: i Mulini di Tonno o di Chiappa Crosa!
La partenza è proprio ad inizio paese, dove c’è il cartello che indica la direzione da prendere.
Il sentiero dapprima passa per antiche fasce un tempo coltivate, oggi in preda all’abbandono, e poi giunge in un bosco dai cui versanti spuntano qui e là rigagnoli d’acqua.
Giungiamo così ad un antico abbeveratoio ed alla così detta Fonte Moia o della salute.
Vale la pena soffermarsi ad osservare il cambio di vegetazione attorno a queste emergenze umide (Carex sp., Gentiana asclepiadea) ed abbeverarsi dalla fresca sorgente!
In prossimità della panchina allestita dal Parco dell’Antola il sentiero svolta a destra in un castagneto dove man mano che si scende i suoni del bosco sono affiancati sempre più dal canto del Rio di Tonno.Mulini di Tonno
Non appena il sentiero  arriva a costeggiare il rio, ci si parano davanti i mulini. In un attimo siamo catapultati in un altro tempo dove uomo e natura erano intimamente legati perchè il primo dipendeva completamente dalla seconda.
Siamo nel regno dell’acqua.
Acqua che ha scavato la nuda roccia, acqua unica fonte di energia che muoveva le ruote dei mulini, acqua in cui vivono delicate specie animali.
Il complesso è costituito da tre edifici: due mulini e quello che probabilmente era un granaio.
Mulini di TonnoIl mulino più grande, in riva al rio, è quello con i maggiori spunti di interesse.
Al suo interno sono ancora visibili alcune macine e l’arganello che serviva per sollevarle, mentre all’esterno oltre ad una nicchia votiva presenta un’iscrizione che ci indica la data di costruzione… 1420!
Qui le popolazioni locali hanno trasportato grano, castagne e quant’altro affinchè Rospi in accoppiamentovenissero macinati… Per oltre mezzo millennio!
Esiste anche un terzo mulino alcune centinaia di metri più a valle ma giace in condizioni estremamente precarie.
Proprio accanto ai mulini la mulattiera che collegava Tonno a Chiappa superava il rio con un ponte in legno le cui travi portanti sono ancora ben visibili e donano un tocco di “magia” in più.
Il luogo già di per se affascinante da un punto di vista storico lo è altrettanto da quello
naturalistico/paesaggistico.
L’acqua scorre direttamente su una sorta di pavimento costituito dai Calcari dell’Antola, prosegue poi attraverso cascate e laghetti nei quali si è scavata una via, e costantemente fa sentire la sua voce tra mille gorgoglii diversi.
Le acque cristalline e selvagge di questi corsi d’acqua sono ideali per la vita del Gambero di Fiume (Austropotamobius pallipes) e per l’erpetofauna, e nella stagione adeguata non è affatto difficile imbattersi in Rospi (Bufo bufo), Salamandre Pezzate (Salamandra salamandra) e Salamandrine di Savi (Salamandrina perspicillata).
I più esploratori a questo punto potranno continuare risalendo o scendendo il corso del ruscello… Sicuramente non si resterà delusi!
Se vuoi sapere più notizie sull’escursione clicca qui.

06_Location Mulini di Tonno  Rio di Tonno Mulini di Tonno Rio Vallescura Mulino più a valle

 

Daini in amore nel Parco dell’Antola

Primo mattino in un giorno di metà Ottobre. Valle del Brugneto – Parco dell’Antola – alle spalle di Torriglia.12100805RBA
Il Lago del Brugneto è nascosto dalla coltre di nebbia mattutina che si dirada sempre di più man mano che il sole scalda l’aria.
Oltre al suono della brezza ed il canto di qualche uccellino solitario, dalla valle si levano distinti i richiami d’amore dei daini maschi!
Già, perchè per tutto Ottobre questo splendido ungulato è nel periodo degli amori ed è facilmente osservabile nelle radure e nei boschi del Parco (ancora di più di quanto normalmente lo sia).
Il daino ha diverse strategie riproduttive e qui nella valle, motivata dall’alta densità, ha scelto quella a lek o arene. 13101701ARSC
Un lek è un insieme di maschi adulti (solitamente palanconi ovvero di età superiore ai 4 anni) che si riuniscono a scopo riproduttivo in un unico territorio che suddividono  secondo gerarchie stabilite a seguito di cruenti combattimenti. Ogni maschio “conquista” una porzione di, in questo caso, bosco ed inizia l’incessante attività di marcamento che può essere olfattivo, ad esempio tramite urina, visivo con raspate sul terreno o fregoni su tronchi e piante oppure uditivo con il bramito.
Quest’ultimo è forse il comportamento più caratteristico di questa fase, infatti assistiamo a veri e propri concerti continui da parte dei maschi che così mostrano il loro vigore ai rivali ed alle femmine che visiteranno le aree più ambite e daranno così il via alla riproduzione. 1018_Arene
Il Parco ha costruito un capanno proprio ai margini del lek in modo da permettere la facile osservazione degli affascinanti comportamenti dei daini. Ovviamente ci si deve recare in questo luogo con il massimo rispetto ancor più che nel delicato momento della riproduzione gli animali NON DEVONO ESSERE DISTURBATI per cui, com’è chiaramente indicato da un cartello, è severamente vietato allontanarsi dal capanno.
Una volta chiusa dietro di me la porta della piccola costruzione in legno mi si pone davanti un’ampia area pianeggiante nel castagneto e già si possono vedere i maschi, alcuni si riposano, altri contribuiscono al continuo concerto di bramiti che mi accompagnerà per tutta la giornata.
13101603ARSCCon un po’ di pazienza i palanconi, che nonostante si siano accorti di me non si sono dati alla fuga, si avvicinano e posso facilmente rendermi conto del perchè questa classe d’età sia chiamata così: sono animali maestosi con dei palchi che ne aumentano ancora di più la figura. 13101607ARSC
Mentre sono intento a contemplare la bellezza di questi animali, due maschi si scontrano proprio davanti ai miei occhi, la scena è quasi epica mentre uno dei contendenti strenuamente cerca di resistere al fango ed alla forza dell’altro (qui il video del combattimento).
Terminato lo scontro c’è un po’ di quiete e finalmente si fanno vedere anche le femmine che sono decisamente più timide dei maschi e stazionano solo per qualche minuto in vista al capanno. Rimango tutto il giorno ma è una continua emozione, a volte arriva un nuovo maschio, a volte sento il suono dei pachi che si scontrano più a valle nascosti dal bosco. Durante il ritorno avvisto ancora molti daini nei prati che a tratti costeggiano il sentiero, a volte il mio sguardo e quello dell’animale che mi trovo davanti si incontrano per un solo attimo ma mi regalano emozioni che difficilmente si possono spiegare … Torno a casa con la soddisfazione di aver visto uno spettacolo della natura che si ripete da tempi immemori ed a pochi passi dalla città, senza aver dovuto percorrere miglia e miglia in terre lontane.
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